Medio Oriente e guerra con l’Iran: Franco Londei intervista Emanuele Ottolenghi

Chi è Emanuele Ottolenghi: è un analista di fama internazionale specializzato in minacce ibride, finanziamento al terrorismo e reti di evasione delle sanzioni. Attualmente Senior Advisor per la piattaforma di analisi di rischio 240 Analytics e per quattordici anni Senior Fellow presso la Foundation for Defense of Democracies (FDD) di Washington, la sua attività si concentra sulla mappatura delle operazioni transnazionali di Iran e Hezbollah, con un focus pionieristico sul nesso tra criminalità organizzata e regimi autoritari tra Africa e America Latina. Già docente di Studi Israeliani presso il St. Antony’s College dell’Università di Oxford e direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles, il Dr. Ottolenghi unisce il rigore della ricerca accademica, consolidata con un PhD alla Hebrew University di Gerusalemme, a una profonda operatività nell’analisi geopolitica. Autore di saggi di riferimento come “I Pasdaran” e “La Bomba Iraniana”. Ha firmato articoli per le più autorevoli testate globali, tra cui The Wall Street JournalThe New York TimesForeign Policy e Il Sole 24 Ore, offrendo chiavi di lettura cruciali per comprendere le dinamiche di sicurezza più complesse del panorama contemporaneo.

Franco Londei – In una intervista su Mosaico lei ha ipotizzato di coinvolgere gli azeri nella resistenza armata al regime in territorio iraniano, piuttosto che curdi. Secondo nostre fonti israeliane anche diversi analisti a Gerusalemme la pensano così. Ritiene fattibile una operazione del genere in tempi brevi?

Emanuele Ottolenghi – Non lo ritengo necessariamente auspicabile. Mi limito però a segnalare che l’attacco iniziale contro l’Azerbaijan da parte del regime iraniano ha provocato forti ripercussioni: il ritiro dei diplomatici azerbaijani dall’Iran e lo schieramento di forze militari lungo il confine. L’Azerbaijan ha dimostrato grande agilità militare nel suo recente conflitto contro l’Armenia. Darebbe certamente forti grattacapi al regime. Ha maggiori capacità dei curdi. Il che non esclude ovviamente una loro partecipazione. Il tema principale, quando si guarda a un possibile intervento di questi nuovi attori è il seguente: da un lato c’è l’indubbio aumento di pressione sul regime dovuto all’aprirsi di nuovi fronti, oltretutto di terra; dall’altro ci sono gli impulsi potenzialmente separatisti di tali interventi, che potrebbero dividere le opposizioni e coinvolgere altri attori regionali che temono la disgregazione dell’Iran a seguito di una possibile caduta del regime.

Londei – Nella stessa intervista parla del ruolo della Turchia in un ipotetico (molto ipotetico) dopo-Iran. Non ritiene la Turchia potenzialmente pericolosa almeno quanto l’Iran come antagonista di Israele nello scacchiere mediorientale?

Ottolenghi – La Turchia è una potenza regionale. Ha ambizioni egemoniche ed è tradizionalmente un rivale dell’Iran. È una potenza islamica oggi, che ambisce a guidare il mondo sunnita come fecero i suoi predecessori ottomani. Credo sia inevitabile che il vuoto di potere causato dall’eclisse (e possibile collasso) dell’influenza iraniana non venga riempito. La Turchia cercherà di inserirsi in quel varco. Certamente, è un paese antagonista rispetto Israele, ma la dinamica tra i due paesi sarà diversa rispetto a quella in corso tra Gerusalemme e Teheran.

Londei – Lei afferma che l’obiettivo degli Stati Uniti non è solo quello di impedire che l’Iran abbia l’atomica ma anche togliere dallo scacchiere internazionale una pedina come l’Iran importantissima per la Cina. È convinto che ciò possa avvenire senza un cambio netto di regime, oppure potrebbe “funzionare” anche una soluzione alla venezuelana?

Ottolenghi – Cosa intendiamo per cambio di regime? Nella sua connotazione acquisita dai tempi della guerra in Iraq, è diventato sinonimo di transizione democratica imposta da una campagna militare. Ma nel caso dell’Iran, credo che l’amministrazione Trump sia meno interessata a quel tipo di cambio, che non può essere pilotato dall’esterno, e più preoccupata di vedere emergere una leadership che abbandona le ambizioni nucleari, il progetto missilistico balistico, il sostegno per i proxy, e l’avventurismo regionale e globale. Un regime che accettasse questo cambio di corso, per quanto fatto di elementi del vecchio apparato, abbandonerebbe sostanzialmente la filosofia dell’attuale regime che mira a esportare la sua rivoluzione, a rimuovere la presenza USA dalla regione, e a distruggere Israele. Anche senza elezioni, tale correzione politica rappresenterebbe un cambio di regime. Un ridirezionamento geopolitico della Repubblica Islamica, anche senza un terremoto politico interno, avrebbe certamente ripercussioni benefiche per Washington e i suoi alleati, mentre a perderci sarebbero gli alleati di Teheran (Russia, Cina, Corea del Nord) e i suoi gregari (Hamas, Hezbollah, Houthis, milizie irachene sciite).

Londei – Con il blocco dello stretto di Hormuz ritiene plausibile un intervento di terra americano volto a prendere il controllo dello stretto?

Ottolenghi – Non credo, almeno non per il momento, e certamente non con forze ingenti. Possiamo preconizzare operazioni di forze speciali, specie per la neutralizzazione delle postazioni missilistiche antinave dispiegate sul littorale. È possibile che prima o poi venga lanciata una spedizione per estrarre le scorte di uranio arricchito ancora in mano al regime. Ma uno sbarco a scopo di invasione e presenza prolungata mi sembra troppo rischioso, oltre che non necessariamente funzionale al raggiungimento degli obbiettivi di questa campagna.

Londei – Gli iraniani sono chiaramente in difficoltà con i missili, non tanto probabilmente per il numero di missili quanto piuttosto per i lanciatori. In 15 giorni di guerra hanno lanciato contro Israele meno missili di quanti ne abbiano lanciati solo nella prima ondata della guerra dei 12 giorni. Anche considerando quelli lanciati contro i paesi arabi del Golfo, siamo sempre su numeri bassissimi anche se all’uomo della strada danno l’impressione di sparare missili a raffica. Quanto ritiene possano andare avanti? Le dichiarazioni d’intenti bellicose del regime sono un bluff oppure possono realmente ancora far male?

Ottolenghi – Come si direbbe in inglese, il regime è “down but not out”, sono in difficoltà ma lontani dall’esser messi in condizione di non nuocere. Per loro si tratta di sopravvivere, quindi continueranno a gestire le loro risorse nell’auspicio che, prima di esaurire le loro scorte, siano gli alleati a ritirarsi sotto la pressione dello shock economico globale creato dal regime e i rischi ad esso connessi. Per questo anche hanno concentrato la loro potenza di fuoco sul Golfo e meno su Israele. Credo che questo continuerà, il che mostra non solo la loro capacità di infliggere danni ma anche il dilemma strategico in cui si trovano. Meno lanciano contro Israele, meno pressione Teheran esercita sul fronte civile israeliano, dando Israele più tempo per continuare la sua campagna.

Londei – Parliamo di Libano. Lo spostamento della Golani da Gaza al Libano meridionale fa pensare ad una operazione di terra su larga scala. Cosa ne pensa?

Ottolenghi – Penso che sia inevitabile, se non ci sarà una significativa riduzione dei lanci missilistici dal Libano contro obbiettivi civili in Israele.

Londei – Considerando che né l’esercito libanese né UNIFIL sono chiaramente in grado di fermare Hezbollah, ritiene che lo debba fare l’IDF, considerando che potrebbe essere veramente una operazione sanguinosa?

Ottolenghi – È certamente quello che sembra pensare il governo israeliano, e credo che sia una opinione che gode di riluttante favore in Israele. È anche qualcosa che presenta notevoli rischi oltre che la possibilità di maggiori perdite rispetto al round precedente nell’autunno 2024. Tuttavia, l’opzione diplomatico-politica di un disarmo di Hezbollah da parte del governo e delle forze armate libanesi si è vanificato. L’unica alternativa sembra essere accettare che Hezbollah rimanga una forza armata al soldo dell’Iran nel sud del Libano, per minacciare Israele.

Londei – La guerra con l’Iran ha oscurato la “questione Gaza”. Non è partita la seconda fase del cessate il fuoco e probabilmente non partirà mai. Mentre noi siamo concentrati sull’Iran Hamas si sta riorganizzando e riarmando, anche senza l’aiuto di Teheran. Come si risolve la questione Hamas?

Ottolenghi – Non si risolve, si gestisce. Finche’ i palestinesi sostengono Hamas e altri paesi della regione prediligono Hamas rispetto a forze politiche più moderate, dando loro aiuti finanziari e militari, sarà difficile liberarsene. Per Israele, un cessate il fuoco permanente che ha dato alle sue forze armate un cuscinetto di protezione aggiuntivo è preferibile a un ritorno dell’intera Striscia sotto il controllo di un potere ostile come spera Hamas e com’era prima del 7 ottobre.

Londei – Chi sta finanziando e riarmando Hamas? Ma soprattutto, chi sta riorganizzando la struttura del gruppo terrorista?

Ottolenghi – I finanziamenti arrivano da molteplici fonti, compresi reti farlocche di ONLUS umanitarie in giro per il mondo. Certamente, l’appoggio che Hamas tradizionalmente riceveva da Teheran ora rischia di sparire, o almeno di diminuire fortemente. Anche questa sarebbe una conseguenza positiva di un successo americano – un nuovo regime disposto a riallinearsi smetterebbe di sprecare risorse nazionali necessarie a ricostruire il paese per sostenere movimenti radicali e destabilizzanti in giro per la regione.

Londei – Parzialmente off-topic. Con l’intervento americano sull’Iran e il contestuale aumento del prezzo del petrolio, la Russia ha ricevuto parecchie boccate d’ossigeno proprio quando stava per crollare. Se a questo aggiungiamo la rimozione da parte di Trump di alcune sanzioni sul petrolio russo, non le sembra che il Presidente americano sia un po’ troppo accondiscendente verso chi, potenzialmente, dovrebbe essere considerato un nemico degli USA visto che collabora fattivamente con l’Iran? Secondo lei che tipo di strategia è quella di Trump verso la Russia?

Ottolenghi – Due considerazioni, una più di carattere generale e una specifica sul petrolio. L’Amministrazione Trump considera il conflitto in Ucraina e l’ostilità con la Russia delle distrazioni dalla competizione/conflitto con la Cina. La sua volontà di imporre una risoluzione al conflitto in corso in Europa orientale va capita in quest’ottica. Trump non crede valga la pena continuare una strategia che in quattro anni ha sostanzialmente congelato il conflitto, che rimane una spina nel fianco dell’Occidente. Vuole chiudere la partita per occuparsi d’altro. La Cina è la cartina di tornasole anche per altre decisioni che hanno costernato noi europei, come la Groenlandia, l’intervento in Venezuela, il blocco navale di Cuba, le sanzioni a leader cileni per aver fatto contratti con imprese cinesi, e così via. Trump pensa solo alla Cina e a rafforzare la mano dell’America in quello che vede come uno scontro inevitabile. Quindi nel momento in cui scoppia il conflitto con Teheran, fare una concessione a Putin sul petrolio (che, ricordiamo, è temporanea: le sanzioni sono sospese sul petrolio russo già in transito e fino all’11 aprile per il momento), probabilmente serve, nella logica di Trump, a riaprire i giochi con Mosca per una fine della guerra contro Kyiv. La mossa serve anche a ridurre lo stress sul sistema economico globale. Mancano circa 20 milioni di barili al giorno in questo momento all’economia globale. Non che manchi il petrolio, ma la guerra ha temporaneamente scompigliato la filiera logistica e ci vuole tempo per trovare fonti di approvvigionamento alternativo. Una parte significativa di quell’ammanco si sposterà, via oleodotto, dai terminali del Golfo a quelli del Mar Rosso, ma non sarà sufficiente e non risolverà i problemi di acquirenti in Asia e nel subcontinente. Insomma, è una mossa che ha una sua logica, a prescindere dal condividerla o meno. Certo, se l’assistenza russa agli iraniani cominciasse a costare molto all’apparato bellico americano schierato nel Golfo, forse il presidente potrebbe finalmente rendersi conto di quanto difficile sia allineare gli interessi americani a quelli di Mosca. Ma per il momento l’interferenza russa viene giudicata come un fastidio minore, visto che la Russia finora ha fatto ben poco per correre in soccorso agli alleati che Trump minacciava. In quanto al petrolio, credo che il problema che gli Americani per ora non hanno ancora risolto è il panico suscitato sui mercati dalla chiusura degli stretti, non un tema di disponibilità delle risorse. Tant’è vero che l’India si è vista negare lo sconto sul greggio russo di cui godeva in passato. Insomma, è una mossa che ha una sua logica, che non deriva necessariamente da una preferenza americana per la Russia ma che potrebbe poi non avere gli effetti desiderati.

Un ringraziamento all’ambasciata di Israele in Italia e in particolare a Paolo Castellano per aver reso possibile questa intervista