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Ecatombe Congo: il peggior genocidio dalla seconda guerra mondiale

Congo – Kinshasa. La situazione in Repubblica Democratica del Congo è talmente drammatica da essere diventata insostenibile per milioni di persone. Il conflitto in corso nel nordest del Paese non solo non accenna a finire ma nelle ultime settimane ha visto una recrudescenza senza precedenti.

Eppure negli ultimi giorni sembrava che il Ruanda avesse accettato di togliere il suo appoggio in armi e denaro al gruppo ribelle denominato M 23, che è il principale responsabile di questa ondata di violenza in Congo, una violenza che,  seppure con attori diversi , ormai dura da diversi anni e che ha provocato cinque milioni di vittime, cioè il numero di vittime più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. Il silenzio tombale del mondo su questo conflitto e la prolungata mancanza di risposte adeguate da parte della comunità internazionale sono ormai diventati l’emblema dell’indifferenza del cosiddetto “mondo civile” a quello che può essere senza ombra di dubbio definito il peggior genocidio dopo quello ebraico.

Per dare una idea a chi legge di quella che è la situazione nel nordest del Congo voglio dare alcuni dati ufficiali che però devono essere presi con le pinze in quanto con ogni probabilità sono in difetto. In questo preciso istante gli sfollati a causa dei combattimenti sono 470.000 (dati dell’ultima settimana riferiti allo spostamento di persone negli ultimi 15 giorni). I numero di morti nelle ultime due settimane non è quantificabile ma si stima (in difetto) che siano oltre le 15.000 unità, in prevalenza non combattenti. Secondo alcune ONG presenti sul territorio e con cui Secondo Protocollo è in contatto continuo, stupri e violenze hanno riguardato non meno di 20.000 donne nell’ultimo mese. Questi numeri, nonostante siano terribili, non rendono tuttavia l’idea della gravità della situazione in quanto moltissime zone sono irraggiungibili persino dalle forze dell’Onu e non si riesce ad avere informazioni aggiornate se non quelle riportate dai profughi in fuga che parlano di interi villaggi bruciati, omicidi e stupri di massa, combattimenti violentissimi dove a farne le spese sono spesso donne e bambini.

La parte più colpita dai combattimenti è senza dubbio quella delle regioni di Kivu (Kivu del nord e Kivu del sud) dove il conflitto dura ormai dal 1990 seppure tra alti e bassi. Qui il ruolo che gioca il Ruanda è fondamentale, sia per gli interventi diretti del suo esercito regolare che per l’appoggio dato alle forze ribelli in tutti questi anni. Anche in questo caso la risposta della comunità internazionale nei confronti del Ruanda non è mai stata adeguata alla minaccia portata alla pace regionale. Anzi, come spesso accade in Africa, abbiamo assistito attoniti a dei veri  e propri complici silenzi di fronte a inumane carneficine. Le ragioni di questi silenzi sono tante a partire dalla ricchezza del sottosuolo di questa immensa regione e dal controllo delle risorse minerarie, una ricchezza che invece di essere (come dovrebbe) una fortuna per la popolazione locale, è diventata sempre più una condanna. Tecnicamente questa dovrebbe essere una delle regioni più ricche al mondo, invece è 187esimo, all’ultimo posto nell’Indice di Sviluppo Umano (venti posizioni in meno nell’ultimo anno).

E’ una vera e propria ecatombe che si consuma sotto gli occhi complici delle potenze mondiali e delle multinazionali che da questo conflitto traggono enormi benefici finanziari potendo comprare i preziosi minerali (coltan, oro, diamanti ma anche tanti altri compreso il legname pregiato) a prezzi irrisori pagandoli spesso con le armi e finendo così per alimentare all’infinito il conflitto. Se solo si fosse provveduto a regolarizzare almeno il mercato del coltan (trovate la nostra proposta in coda all’articolo) la violenza sarebbe sensibilmente diminuita, invece siamo ancora qui a raccontare il genocidio del Congo, perché cinque milioni di morti sono un genocidio.

La situazione non è più tollerabile e le Nazioni Unite, la Comunità internazionale e le potenze mondiali hanno il dovere di mettere fine a questa carneficina dimenticata, o meglio, deliberatamente ignorata da tutti. E’ vero che ormai la credibilità di certe istituzioni (ONU in testa) è ai minimi termini, ma in Repubblica Democratica del Congo si è superato veramente ogni limite.

Claudia Colombo

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