Rohingya, un nome che abbiamo imparato a conoscere ultimamente specie dopo che a detta di tutti il Governo della Birmania (Myanmar) ha iniziato una durissima repressione che ha spinto migliaia di profughi Rohingya a fuggire dal Paese. Solo che, sebbene l’odiosa repressione dei Rohingya sia un dato di fatto incontestabile, non sempre i media ci danno un quadro totale della situazione e questo non va bene per chi vuole farsi una idea della situazione reale.

Si dice che i Rohingya siano un popolo e che siano originari della Birmania, in realtà si tratta di un gruppo etnico di religione musulmana sunnita che secondo molti proverrebbe dal Bangladesh da dove è fuggito durante la dominazione inglese trasferendosi in massa nell’attuale Myanmar (fonte Wikipedia). Il Papa ha sentito la necessità di chiedere scusa ai Rohingya per la dura repressione di cui sarebbero vittime in Birmania. Peccato che il buon Papa Francesco non abbia fatto alcun cenno all’altro volto dei Rohingya, quello del Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), l’esercito di liberazione dei Rohingya che con le sue azioni armate ha spinto il Governo birmano a iniziare una campagna volta a eradicare il gruppo terrorista che si autodefinisce un “movimento di resistenza e liberazione”, un termine che siamo abituati a vedere applicato anche ad altri gruppi terroristici islamici, vedi Hamas, Hezbollah e altri.

Tolto che effettivamente i Rohingya sono da sempre discriminati in Birmania e che ogni azione civile volta a garantire loro gli stessi diritti dei birmani è finita nel cestino, il gruppo terrorista islamico ARSA non solo si è macchiato di gravi crimini contro i civili e la polizia birmana, ma ha progressivamente abbracciato l’ideologia jihadista tipica dei gruppi terroristi islamici di fede sunnita, tra i quali il reclutamento forzato (anche di bambini). Il loro leader sarebbe Ata Ullah, un uomo di etnia Rohingya nato a Karachi , in Pakistan , e cresciuto a La Mecca , in Arabia Saudita, che all’inizio aveva formato un gruppo armato che vigilasse sui villaggi musulmani per difenderli dall’esercito birmano, salvo poi trasformare il gruppo in un un organismo “offensivo” che ha portato decine di attacchi a stazioni della polizia birmana fino a quando, il 26 agosto 2017, il Governo birmano lo ha dichiarato un gruppo terrorista. E’ stato a quel punto che in Myanmar le persecuzioni contro i Rohingya sono aumentate in maniera esponenziale spingendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dalla Birmania per rifugiarsi in Bangladesh.

Ora, va detto che le persecuzioni di cui sono stati fatti oggetto i musulmani in Birmania non sono giustificabili in nessun modo, tuttavia è utile conoscere ogni sfaccettatura della vicenda prima di incolpare una sola parte altrimenti si rischia di trasformare una etnia in un popolo e una guerra al terrorismo islamico in una guerra di religione, un po’ come succede in Medio Oriente con i palestinesi. E ce ne sono di similitudini con la vicenda palestinese, come quella di chiamare un gruppo terrorista con la definizione di “resistenza” o di “esercito di liberazione”, termini con i quali si vuole giustificare ogni azione violenta e condannare ogni reazione, oppure quella di creare un popolo che storicamente non esiste. Manca solo di creare una agenzia ONU apposita per per i Rohingya come è stato fatto per i palestinesi (la UNRWA) e le similitudini sarebbero complete.

A scanso di fastidiosi equivoci ribadisco che le persecuzioni e le discriminazioni contro i Rohingya da parte del Governo birmano non sono in alcun modo giustificabili, ma da qui a dare totalmente la colpa al Myanmar ce ne corre. La faccenda è un tantino più complessa di come la si descrive, non ci sono buoni e cattivi, più o meno sono tutti in torto, i birmani perché la faccenda non si risolve espellendo tutti i musulmani dal paese, i Rohingya perché hanno occupato una terra non loro sulla quale, da buoni musulmani, rivendicano il possesso senza curarsi né della storia né del fatto che devono sottostare alle leggi del paese che li ospita.

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