Da Salman Rushdie a Charlie Hebdo, chi critica l’islam muore

Come sempre nella “condanna musulmana” dell’attentato a Salman Rushdie ci sarà la regola del «si, ma…», quella regolina che lega i cosiddetti “musulmani moderati” ai fanatici
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Ci sono diversi motivi per cui il mondo libero non dovrebbe classificare l’attentato a Salman Rushdie come un singolo episodio, magari attribuendolo ad un pazzo fanatico islamico come sembrano essere propense le autorità americane.

In primo luogo l’attentatore, Hadi Matar, un 24enne di Fairfield, nel New Jersey sembrerebbe essere legato alle Guardie della Rivoluzione iraniana (IRGC), quindi è ben lungi dall’essere un pazzo.

In secondo luogo l’attentato a Salman Rushdie fa seguito ad una serie di minacce serie e credibili a diversi oppositori iraniani, minacce lanciate proprio dal IRGC.

Non sembra quindi essere “solo un caso” a prescindere dalla ricompensa di tre milioni di dollari promessa con una fatwa a chi uccidesse Salman Rushdie, fatwa emessa dal defunto Grande Ayatollah Ruhollah Khomeini nel lontano 1989 e mai ritirata dal suo successore, Ali Khamenei.

E poi c’è quello che forse è il messaggio più roboante lanciato da questo attentato, quello che l’Islam non perdona e non dimentica. Possono passare decenni dall’emissione di una fatwa ma chi ne è colpito non può mai stare tranquillo.

Ed è questo il motivo principale per cui l’attentato a Salman Rushdie deve farci riflettere. Dobbiamo entrare nell’ottica che per i musulmani l’Islam non può essere criticato, come fece proprio Salman Rushdie con i suo romanzo Versetti Satanici. Chiunque lo faccia è passibile di diventare un bersaglio. Lo abbiamo visto anche con Charlie Hebdo che subì un sanguinoso attentato solo per aver pubblicato alcune vignette su Maometto giudicate sacrileghe.

E in questo caso non parliamo solo di fanatici Ayatollah o adepti dello Stato Islamico ma parliamo di qualsiasi fedele musulmano, anche i meno praticanti che non hanno mancato di criticare il romanzo di Rushdie oppure le vignette di Charlie Hebdo.

Non vedremo quindi le comunità islamiche condannare l’attentato a Salman Rushdie come non lo hanno fatto per attentati ben più gravi. Questo per la legge del “si, ma…”, quella legge per cui «è grave quello che hanno fatto, ma…». C’è sempre quel “ma…” che lega il semplice fedele al fanatico.

«E’ grave quello che hanno fatto a Salman Rushdie e va condannato, ma lui aveva insultato il Profeta e l’Islam». Sarà questo il prossimo mantra che sentiremo dai cosiddetti “musulmani moderati”, quelli che vogliono far credere che esista o possa esistere un islam politico slegato dal radicalismo.

Come in tutte le religioni ci saranno i laici o gli “onestamente musulmani”, ma per la gran massa quel romanzo e quelle vignette – come qualsiasi cosa che critichi l’islam o il profeta – rimarranno sacrileghi e per questo degni di una punizione esemplare.

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