Darfur: sono le malattie il principale nemico. Precipita la situazione umanitaria e l’Onu resta a guardare

Secondo uno studio pubblicato venerdì scorso dalla rivista scientifica “The Lancet”, circa l’80% delle morti in Darfur non è attribuibile direttamente alle violenze ma a una loro conseguenza, cioè alle malattie derivanti da malnutrizione, diarrea, contaminazioni dell’acqua ecc. ecc. che devastano i campi profughi.

A peggiorare la situazione è intervenuta lo scorso anno la decisione del Governo sudanese di espellere 13 tra le più importanti Ong che operavano in Darfur. Così si è assistito ad un aumento del numero di sfollati pari al 40% mentre il numero degli operatori umanitari è diminuito del 18%. Alcuni ricercatori del Center for Research on the Epidemiology of Disasters dell’Università Cattolica di Louvain, Bruxelles, hanno constatato come negli ultimi due anni la mortalità per malattia sia aumentata in maniera costante, esplodendo addirittura negli ultimi mesi, da quando cioè il Presidente sudanese Al-Bashir ha espulso le Ong straniere. L’aumento vertiginoso delle vittime per malattie riscontrato negli ultimi mesi fa lanciare l’allarme agli esperti in quanto si teme che il peggio debba ancora venire.

Lo studio ha evidenziato anche che ad una oggettiva riduzione dei combattimenti su larga scala, e quindi delle morti per le violenze, non è corrisposto un adeguato intervento delle Nazioni Unite in special modo nei cosiddetti “campi esterni”, quelli cioè fuori dai tre/quattro campi dove le Nazioni Unite e la forza di pace dell’Unione Africana sono presenti. Ed è proprio in questi campi dove si concentra la percentuale più alta di morti per malattia. Se è vero infatti che i combattimenti su larga scala sono diminuiti è altrettanto vero che sono aumentati a dismisura gli attacchi ai piccoli e medi villaggi, sia da parte del janjaweed che da parte di comuni predoni, generando un massiccio afflusso di profughi verso i “campi esterni” dove gli aiuti umanitari non arrivano. In pratica l’Onu non ha bilanciato con proprio personale la forzata uscita delle 13 Ong che prima coprivano quei campi abbandonando a se stessi milioni di persone. Non che la situazione nei campi principali sia di molto migliore, anche in detti campi la percentuale di morti è aumentata, ma in qualche modo si riesce a limitarne il numero (sempre comunque molto alto).

Questo studio abbinato all’allarme lanciato dai ricercatori del Center for Research on the Epidemiology of Disasters dell’Università Cattolica di Louvain, sul timore che il peggio debba ancora venire, non fa che alimentare i dubbi sull’operato delle Nazioni Unite in Darfur. La sensazione è che questi dati, sicuramente in possesso degli esperti dell’Onu, siano stati fino ad oggi celati per nascondere quella che è sostanzialmente una gravissima mancanza delle Nazioni Unite, l’ennesima.

Lo studio, finanziato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e dal Dipartimento britannico per la cooperazione e sviluppo, dovrebbe spingere i donatori internazionali a rivedere le loro politiche di intervento in Darfur. Per troppo tempo ci si è affidati all’Onu senza provvedere in qualche modo a “rimpiazzare” le Ong espulse continuando a indirizzare fiumi di finanziamenti nelle casse delle Nazioni Unite con il risultato di vedere precipitare la situazione umanitaria in Darfur. La speranza è che queste informazioni aprano gli occhi e che il mondo ponga al Palazzo di Vetro alcune domande in merito alla scandalosa gestione della questione del Darfur. Nel frattempo si spera che i grandi donatori indirizzino buona parte dei fondi per gli interventi nella martoriata regione sudanese verso quelle Ong già presenti nel territorio e che, proprio per mancanza di fondi, non riescono a coprire il personale espulso lo scorso anno. L’Onu è ormai chiaro che non intende farlo.

Secondo Protocollo