Giornalista palestinese morta, per gli USA è un “incidente sul lavoro”

Shireen Abu Akleh memorial
In Ucraina dall’inizio del conflitto sono stati uccisi almeno 30 reporter di guerra, ma a nessun grande giornale è venuto in mente di indagare se siano morti per mano russa o ucraina, se il proiettile era di una parte o dell’altra. Sono morti perché facevano il loro lavoro, perché fare il reporter di guerra è un lavoro rischioso

L’Autorità Palestinese (AP) ha denunciato un rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che ha definito “non intenzionale” l’omicidio della giornalista Shireen Abu Akleh.

La giornalista veterana di Al-Jazeera, che aveva la cittadinanza palestinese e americana, indossava un giubbotto e un casco con la scritta “Press” quando è stata uccisa l’11 maggio.

Stava coprendo un’operazione dell’esercito israeliano nel campo di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

Lunedì il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che Abu Akleh è stata probabilmente uccisa da colpi di arma da fuoco provenienti dalle postazioni israeliane, ma che non c’è motivo di credere che la sua morte sia stata intenzionale.

Il rapporto ha suscitato la condanna della famiglia di Abu Akleh e dei gruppi per i diritti in tutto il mondo. Lunedì sera, il ministero degli Esteri dell’Autorità Palestinese ha accusato gli Stati Uniti di aver politicizzato il rapporto e di aver sminuito il fatto che Israele prende di mira i giornalisti.

«Nessuna vaghezza o politicizzazione può scagionare gli assassini, sminuire il crimine o nascondere la verità», ha dichiarato il ministero in un comunicato.

«Questo whitewashing non farà altro che istituzionalizzare ulteriormente la radicata impunità di Israele, continuando a negare al popolo palestinese qualsiasi giustizia e minacciando la sicurezza e la vita dei giornalisti in Palestina. Avrà anche un impatto negativo sulla sicurezza dei giornalisti in tutto il mondo».

Il Ministero ha dichiarato che continuerà a lottare per ottenere giustizia per Shireen Abu Akleh e per tutte le altre vittime palestinesi, portando avanti i casi presso la Corte penale internazionale, “per ritenere responsabili dei loro crimini coloro che hanno ordinato e fornito copertura a questa consolidata tendenza alla criminalità”.

Lunedì scorso, la famiglia di Abu Akleh ha denunciato il rapporto e ha dichiarato che non rinuncerà a perseguire la verità.

«Continueremo a chiedere giustizia per Shireen e a ritenere l’esercito e il governo israeliani responsabili, a prescindere dai tentativi di offuscare la realtà di ciò che è accaduto l’11 maggio», hanno dichiarato in un comunicato.

La realtà, per quanto triste, è che i reporter di guerra rischiano la vita tutti i giorni. Shireen Abu Akleh, come tante altre volte, si è trovata a documentare il conflitto israelo-palestinese e questa volta si è ritrovata in un fuoco incrociato tra militari israeliani e terroristi palestinesi.

Il rapporto del Dipartimento di Stato americano certifica che si è trattato di un “incidente sul lavoro” senza alcuna intenzionalità da parte israeliana.

In Ucraina dall’inizio del conflitto sono stati uccisi almeno 30 reporter di guerra, ma a nessun grande giornale è venuto in mente di indagare se siano morti per mano russa o ucraina, se il proiettile era di una parte o dell’altra. Sono morti perché facevano il loro lavoro, perché fare il reporter di guerra è un lavoro rischioso.

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