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Quando a governare sono i comici il paese si blocca

Chi pensa che l’Italia sia l’unico paese dove un comico guida un partito politico (per di più al governo) si sbaglia di grosso.

Volodymyr Zelensky, noto comico ucraino diventato famoso per aver interpretato un insegnante che diventa presidente (ricordate uno vale uno?) nella serie televisiva da lui ideata intitolata Servant of the People, ha fondato un partito politico chiamato proprio Servant of the People con il quale il prossimo mese di marzo si presenta agli elettori con buone possibilità di fare risultato.

Zelensky però è in buona compagnia. Un numero crescente di comici professionisti di tutto il mondo si dedicano alla politica in modo professionale e alcuni di loro hanno raggiunto importanti traguardi.

Solo per citarne alcuni, Marjan Sarec, un satirico, è stato eletto primo ministro sloveno lo scorso agosto. Jimmy Morales, in precedenza attore comico, è il presidente del Guatemala. Altri hanno svolto importanti ruoli politici nazionali. Jon Gnarr, un comico islandese, è stato il sindaco di Reykjavik fino al 2014…

Che dire poi del nostro Beppe Grillo che con il suo Movimento 5 Stelle è addirittura al governo del Paese anche se non siede nemmeno in Parlamento? Oddio, io ci metterei pure Luigi Di Maio nella lista dei comici ma non è un lavoro che fa parte del suo “lungo” curriculum.

Secondo l’editorialista di Forein Policy, Tei Parikh, non è difficile capire perché un comico si da alla politica in un momento in cui il populismo imperversa ovunque.

In primo luogo, scrive l’editorialista di FP, «essi tendono a respingere i valori e l’autorità dell’attuale potere, qualsiasi forma possa assumere questa struttura». Praticamente contestano tutto senza però dichiarasi politicamente schierati così da poter prendere i voti in modo trasversale.

Tei Parikh porta l’esempio della piattaforma che ha fatto la fortuna elettorale di Morales, costruita sul motto “Ni corrupto, ni ladrón”, né corrotto, né ladrone. La formula del “né l’uno, né l’altro” che tanta fortuna ha portato in Italia al M5S.

Solo che è una formula che funziona solo in campagna elettorale perché poi quando ci si ritrova a governare veramente un Paese, come appunto avviene in Italia, il “né l’uno, né l’altro” non funziona e a forza di non voler stare da nessuna parte si rischia di bloccare tutto, soprattutto lo sviluppo del Paese.

La “non politica” portata avanti da questi movimenti di comici non funziona quando si governa, quando cioè c’è bisogno di prendere decisioni politiche.

Un esempio eclatante ne è la TAV sulla quale ruotano tutte le recenti polemiche politiche nel nostro Paese. In quel caso servirebbe una decisione politica e non ideologica e basata su stravaganti rapporti costi-benefici che per di più non convincono nessuno. Ma tradire il “né l’uno, né l’altro” e quindi fare politica, significa ripudiare il motivo stesso della propria esistenza.

Ma se in qualsiasi paese (non solo in Italia ma soprattutto in Italia) non fai politica e ti affidi piuttosto a quello che facevi quando eri all’opposizione, come nel caso del movimento guidato dal comico genovese, blocchi tutto, blocchi gli investimenti, blocchi i capitali esteri, blocchi la crescita e soprattutto blocchi le persone che se hanno qualcosa da parte non lo spendono per paura di tempi peggiori.

E’ per questo che il nostro paese è bloccato, inchiodato nel “non sviluppo” o, come la chiamano i grillini, nella decrescita felice. Non si può essere governo e opposizione allo stesso tempo.

Su questa situazione pesa anche la responsabilità della Lega di Salvini, perché il capitano non può fare lo gnorri, non può far credere che quello che fanno i grillini non sia condiviso anche dalla Lega. Non può far credere che in Italia via siano due governi, quello del comico e quello del capitano, governano insieme e insieme di devono dividere le responsabilità dello sfacelo verso cui stiamo correndo a 300 all’ora. Se poi qualcuno lo chiama governo dei comici non c’è da meravigliarsi.