Mentre tutto il mondo è concentrato sulle vicende che riguardano la Libia, un altro Stato arabo si trova sull’orlo del baratro: la Giordania. Ieri qualche migliaia di persone sono scese in piazza ad Amman per protestare contro il Re Abdullah e contro quelle che i manifestanti hanno chiamato le “mancate riforme”.

A guidare la manifestazione di Amman è stato lo sceicco Hamza Mansour, capo del Islamic Action Front (IAF), il più grande gruppo di opposizione del Paese di chiara tendenza islamista e formato per la maggioranza da giordani di origine palestinese. In passato lo stesso gruppo era stato alleato della OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) di Yasser Arafat e proprio insieme alla OLP aveva portato la Giordania, allora guidata dal padre di Re Abdullah, Husayn, sull’orlo di una guerra civile. Ora ci stanno riprovando passando però per la richiesta di riforme in senso democratico.

In apparenza quello che chiede l’Islamic Action Front è una nuova legge elettorale attraverso la quale nominare un Primo Ministro che al momento viene eletto direttamente dal Re. In realtà il fronte islamico chiede una nuova formula di governo improntata all’Islam integralista e una forte riduzione dei poteri della monarchia. Nei giorni scorsi, quando il mondo era distratto dai fatti egiziani e libici, in Giordania vi sono state diverse manifestazioni nelle città di Zarqa e Irbid organizzate dal fronte di azione islamico contro il re e, soprattutto, contro la regina Rania, colpevole per gli islamisti di battersi per i Diritti delle donne e per una modernizzazione del regno Hascemita. L’attacco alla regina Rania è stato particolarmente feroce e si è basato su false supposizioni (le folli spese della regina) che mirano a delegittimare le riforme per cui Rania si batte. Oltretutto per gli islamisti è assai difficile attaccare Re Abdullah in quanto discendente diretto del Profeta, da qui la decisione di puntare sull’attacco alla regina.

Anche ieri la manifestazione ha avuto i suoi punti di forza nell’attacco alla regina più che nell’attacco alla monarchia. All’uscita dalla moschea di Husseini, la principale di Amman, gli islamisti si sono scagliati con veemenza contro Rania che, a loro detta, sarebbe colpevole di spendere grandi somme di denaro per quelli che gli islamisti considerano “lussi occidentali” e “azioni che vanno contro l’Islam” che poi sarebbero una serie di riforme sui Diritti delle donne, sulla scolarizzazione e su un nuovo sistema di assistenza sociale. Paradossalmente gli islamisti del Islamic Action Front contestano alla regina di voler modernizzare il Paese e di portare avanti alcune riforme laiche che potrebbero togliere un po’ di potere alla monarchia, cioè le contestano di fare quello che loro (in apparenza) chiedono. In realtà gli islamisti temono riforme laiche che potrebbero definitivamente portare migliaia di giovai giordani lontani dall’islam integralista e spingerli a sostenere un paese moderno  e quindi non islamico.

In seconda battuta ci sono motivi di carattere politico. Gli islamisti del IAF contestano al Re Abdullah una politica di apertura verso Israele, già iniziata dal padre e fermamente mantenuta dal figlio, una politica che tra le altre cose passa per la responsabilizzazione della Autorità Nazionale Palestinese e per la condanna della cronica corruzione insita in seno alla ANP.  Per non parlare poi della ostilità dimostrata da Re Abdullah verso i terroristi di Hamas e per la moderazione dimostrata in seno alla Lega Araba, moderazione scambiata dagli islamisti come un segno di debolezza.

In occidente si tende a vedere le manifestazioni di protesta che si svolgono in Giordania come il naturale proseguo di quelle viste in Algeria, Egitto e adesso in Libia. E’ un errore clamoroso. In Giordania non si protesta per avere più libertà e più Diritti, anche se in apparenza può sembrare così. In Giordania si protesta per portare il Paese verso una “democrazia di tipo turco-iraniano”, cioè di tipo islamico estremista fortemente condizionata dai precetti islamici fondamentalisti e lontanissima quindi da quello che vorrebbero i regnanti, cioè un regno che vada verso riforme di tipo laico. E’ importante capire questo per dare il giusto sostegno al regno di Giordania che rischia di diventare l’ennesima provincia iraniana in Medio Oriente.

Sharon Levi

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