Condannati a morte certa. Questa è la sentenza emessa da Khartoum verso 300 richiedenti asilo eritrei che erano riusciti a fuggire dall’Eritrea e che ieri sono stati deportati di nuovo ad Asmara dove sono stati presi in consegna dalla polizia eritrea.

Il Sudan aveva raggiunto un accordo con l’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu (UNHCR) secondo il quale agli eritrei sarebbe stato concesso lo status di rifugiati. Invece prima i 300 rifugiati eritrei sono stati arrestati per “ingresso clandestino in Sudan”, rinchiusi in carcere e poi deportati in Eritrea.

Durissima la reazione dell’Onu. Adrian Edwards, portavoce del UNHCR, ha condannato senza mezzi termini la deportazione dei richiedenti asilo eritrei parlando apertamente “di grave violazione della Convenzione Onu sui rifugiati”, violazione per altro già fatta in passato da Khartoum. Infatti non è la prima volta che il Sudan deporta i rifugiati eritrei e ogni volta non si è stato in grado di sapere che fine avessero fatto i rifugiati deportati. Il timore, molto fondato, è che una volta rientrati in Eritrea vengano rinchiusi in quelle che la resistenza eritrea chiama “le celle della morte lenta”, container di metallo posti nel deserto dove i rinchiusi vengono lasciati morire lentamente di stenti.

Secondo alcuni esponenti della dissidenza eritrea in Italia, ci sarebbe una accordo tra Sudan ed Eritrea, stipulato direttamente da Omar al-Bashir e da Isaias Afewerki, che prevede la deportazione di tutti gli eritrei bloccati in Sudan. La via sudanese è la più facile per chi vuole fuggire dall’Eritrea per dirigersi verso l’Europa, per questo è quella più usata. Difficilmente gli eritrei sostano in Sudan che usano come “terra di passaggio”. Secondo i dissidenti eritrei dopo l’accordo tra Bashir ed Afewerki, in Sudan si sarebbe scatenata una vera e propria caccia all’eritreo, ricompensata anche con piccole somme per coloro che segnalano gli eritrei.

Secondo Protocollo

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