Islam: la questione sollevata dalla Svizzera

Ieri la Svizzera ha mandato in tilt il cosiddetto mondo civile con una decisione che implica una sorta di lotta all’Islam e al suo espansionismo. Con un referendum il popolo svizzero ha deciso che non sarà più possibile costruire minareti tra i verdi pascoli svizzeri.

Va fatta una doverosa premessa: il referendum svizzero, promosso dalla destra elvetica, parte dal presupposto che il minareto non sia un simbolo religioso ma che sia un simbolo del potere islamico. Non è cioè paragonabile, secondo gli svizzeri, ai campanili che vediamo di fianco alle chiese. Con questo referendum non è stato chiesto di non costruire moschee o luoghi di culto islamico, non è stato interdetta la pratica del culto musulmano.

Detto questo, i promotori del referendum svizzero guidati da Walter Wobmann, hanno dato voce a una paura che, più o meno, sta attraversando tutta l’Europa, quella della progressiva islamizzazione del vecchio continente. Attenzione, Wobmann non parla dell’espansione di una religione che predica la pace e l’amore, ma di una religione che per concetto (qualcuno direbbe per statuto) tende a sottomettere le altre anche con la violenza, che non accetta critiche alle quali reagisce con violenza, vedi la storia di Theo van Gogh, il regista olandese ucciso perché aveva girato un documentario sulla violenza sulle donne islamiche e per questo condannato a morte dagli estremisti islamici (ma van Gogh è solo uno dei tanti), ma soprattutto una religione estremamente e storicamente invasiva. Fondamentalmente Wobmann apre un dibattito non ipocrita sulle paure reali degli europei.

Perché parlo di dibattito non ipocrita? Perché al di la delle dichiarazioni di principio e di quelle che giocoforza sono legate a concetti nobilissimi quali la difesa dei Diritti Umani, della libertà di culto e di pensiero, è innegabile che la gente comune, l’uomo della strada insomma, sia spaventato dall’espansionismo islamico, della violenza con cui spesso si manifesta e dalla mancata integrazione nella cultura occidentale degli islamici (non è un caso che l’87% dei matrimoni misti -cristiano/islamico- si concludano davanti a un giudice spesso con un retroscena di violenze).

Inutile negarlo, c’è un abisso tra la cultura occidentale e quella islamica, un abisso che negli ultimi anni si è addirittura allargato. Dieci anni fa, per fare solo un esempio, non si vedeva una sola donna islamica girare portando il velo, oggi è la norma. Il bello è che a imporre il ritorno a queste antiche pratiche di sottomissione sono le nuove generazioni, quelli cioè che sono nati e cresciuti in Europa. Se non è un segnale di mancata integrazione questo allora che cosa è? L’estremismo islamico sta facendo proseliti a decine di migliaia, nelle moschee gli imam predicano spesso l’odio verso gli infedeli e auspicano l’islamizzazione del mondo intero con ogni mezzo. Qui non si tratta di fare bieche chiacchiere da bar, è purtroppo una triste realtà. I promotori del referendum svizzero hanno evidenziato come all’interno dell’Islam la violazione dei Diritti Umani sia una pratica piuttosto normale a partire da quelli delle donne fino proprio a quella libertà di culto e di pensiero che i contestatori del referendum prendono ad esempio per protestare contro questa iniziativa. Infatti parlare di libertà di culto all’interno dell’Islam è pure eufemismo. Chiedetelo ai pochi che hanno avuto il coraggio di rinnegare pubblicamente la fede islamica a cosa sono andati incontro. Minacce, condanne a morte per apostatia, violenze contro le loro famiglie. E non sto parlando di fatti accaduti nei paesi islamici, ma nella tollerante Europa.

E allora il referendum svizzero svizzero va preso per quello che realmente è, cioè mettere la gente europea di fronte ad un problema serio e reale, quello della progressiva islamizzazione del continente che di certo non va a braccetto con la fruizione dei Diritti fondamentali. Se c’è un merito che può essere attribuito ai promotori del referendum è quello di aver aperto un dibattito senza nascondersi dietro ad alcuna ipocrisia.

E’ giusto, anzi giustissimo e legittimo, difendere il Diritto della popolazione di fede islamica a praticare liberamente il proprio culto, ma è altrettanto giusto evidenziarne le distorsioni e le evidenti violazioni dei Diritti Umani insite in questa religione. E’ giusto e legittimo evidenziare la violenza con cui questa religione vuole imporsi sulle altre. Se poi vogliamo continuare a fare gli ipocriti, a negare l’evidenza, a fare i difensori dei Diritti a corrente alternata solo per apparire “tolleranti”, allora lo possiamo fare. Ma evitare di dibattere su un problema reale qual’è la violazioni dei Diritti Umani nell’Islam non ci aiuterà certamente nel nostro lavoro e sicuramente non aiuterà i milioni di donne che oggi, per ragioni ricollegabili alla religione, sono sottomesse e trattate al pari di bestie. Questo dibattito andava aperto. Ora sta al buon senso comune portarlo avanti sperando che lo stesso buon senso lo usino gli islamici europei.

Articolo scritto da Noemi Cabitza

Franco Londei
Politicamente non schierato. Voto chi mi convince di più e questo mi permette di essere critico con chiunque senza alcun condizionamento ideologico. Sionista, amo Israele almeno quanto amo l'Italia