Sud Sudan: cosa non ha funzionato e le colpe della Comunità Internazionale

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Ieri era in nono anniversario della firma del Comprehensive Peace Agreement (CPA) tra Sudan e Sud Sudan che ha spalancato le porte all’indipendenza del nuovo Stato del Sud Sudan. Quel trattato mise fine a oltre 20 annidi guerra tra il Sudan islamico del nord e quello cristiano del sud. Oggi i troviamo a parlare di nuovo di conflitto ma questa volta all’interno dei confini del Sud Sudan.

Cosa non ha funzionato nella transizione dalla ventennale guerra alla pace? Prima di tutto è venuto a mancare l’unico uomo in grado di tenere unite le varie etnie del Sud Sudan, John Garang. La sua morte è ancora avvolta dal mistero ma i risultati si vedono nella attuale instabilità. In tanti erano convinti che l’equazione pace=sviluppo in Sud Sudan avrebbe avuto la sua consacrazione. Invece non solo non è stato così ma la situazione è andata via via peggiorando.

L’impegno internazionale in termini di aiuti economici non è mancato, non è questo che si rinfaccia alla Comunità Internazionale, è la totale mancanza di controlli e un adeguato coinvolgimento nello sviluppo del Paese che sono mancati. Non ci si può limitare a mandare soldi se poi non i controlla dove finiscono e, soprattutto, in mano di chi.

In questi anni il Governo di Salva Kiir è stato tutto meno che trasparente. Centinaia di milioni di dollari in aiuti internazionali sono spariti nel nulla. A questi si aggiungono i miliardi derivanti dalla vendita del petrolio che dovevano essere destinati allo sviluppo economico e sociale ma dei quali ne sono stati usati solo una minima parte, circa il 5% secondo una stima dell’Unione Europea. Si dovevano costruire strade e scuole che non sono state costruite se non nella capitale e nelle città principali. L’economia locale non è decollata tanto che il Sud Sudan figura tra gli ultimi posti della classifica della povertà. In questo desolante quadro si inserisce la lotta intestina per il potere tra Salva Kiir e Riek Machar (il fatto etnico è solo secondario anche se probabilmente è il fattore scatenante), una situazione che non nasce qualche settimana fa ma che va avanti da anni e quindi ampiamente prevedibile. Eppure la Comunità Internazionale non se ne è preoccupata.

La mancanza di una logica nella elargizione degli aiuti e di un serio piano di pacificazione interno hanno fatto il resto. E’ mancata totalmente la politica internazionale lasciando che Salva Kiir e il suo clan facessero man bassa di posti di potere e di finanziamenti. E quando Riek Machar con il suo clan non si sono più accontentati delle briciole è successo quello che è successo.

Parliamoci chiaro, il “banco di prova” della giovane democrazia sud sudanese è miseramente fallito. Erano stati i burocrati di World Bank a chiamare “banco di prova per la Comunità Internazionale” l’esperimento del Sud Sudan dando per scontato che i sud sudanesi da soli sarebbero stati in grado di sviluppare il Paese e promuovere la pace interna. Bastava dargli i soldi. Invece non è stato così semplicemente perché non è così semplice e oggi siamo immersi in una sanguinosa guerra civile che ha già provocato oltre mille morti e almeno 200.000 sfollati.

Le soluzioni

Prima di tutto tornare a fare politica seriamente costringendo le parti in conflitto a negoziare. Questo in un primo immediato momento. Poi occorre rimettere mano al vecchio piano di Johan Garang che prevedeva una equa spartizione del potere tra i vari clan (o etnie) oltre naturalmente a una redistribuzione degli immensi utili derivanti dal petrolio. Infine sviluppare veramente il Paese con azioni di sostegno alle micro-imprese, con un piano di scolarizzazione degno di questo nome, con la costruzione di vie di comunicazione che funzionino veramente (fuori i cinesi da questo settore). Ma soprattutto quello che serve al momento è una sorta di commissariamento del Sud Sudan supportato da una forza di pace dell’Onu o dell’Unione Africana che mantenga seriamente la pace. In tanti, noi compresi, avevano sperato che il Sud Sudan sarebbe diventato un esempio da seguire. Per ora non è così ma non tutte le speranze sono perdute.

Claudia Colombo

staff RR

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La redazione di Rights Reporter con sede in Israele che porta avanti il progetto RR. Collabora attivamente con le maggiori testate israeliane

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