Che senso ha morire per l’Afghanistan?
Ieri abbiamo avuto l’ennesimo morto in Afghanistan. Era il Capitano Giuseppe La Rosa, 31 anni, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia, morto eroicamente per salvare i propri sottoposti. Non appena si è accorto della bomba a mano, sembra tirata da un ragazzino di 11 anni, si è frapposto tra l’ordigno e i suoi uomini salvandogli la vita.
Un altro eroe italiano morto per garantire il futuro a una Paese, l’Afghanistan, che futuro non ne ha. Non perché non lo potrebbe avere, anzi, potrebbe avere un futuro roseo anche grazie alle tante risorse di cui è ricco (idrocarburi e metalli preziosi), ma perché non lo vuole.
La campagna militare in Afghanistan iniziata nel 2001 ufficialmente per dare la caccia a Bin Laden e poi trasformata in una guerra alla mentalità talebana, è il più grosso fallimento militare che la storia ricordi. Nessuno degli obbiettivi che aveva alla sua partenza è stato raggiunto. Certo, Bin Laden è stato ucciso dopo una decina di anni, ma né Al Qaeda né tantomeno i talebani sono stati scalfiti dal conflitto. Anzi, se possibile i talebani ne sono usciti ancora più rafforzati arrivando a incidere non solo in Afghanistan ma anche in Pakistan mentre Al Qaeda si talmente riorganizzata e frammentata da diventare ancora più pericolosa di quanto non lo fosse ai tempi di Bin Laden.
L’errore principale è che si è voluto combattere i talebani con lo sviluppo prima ancora di riuscire a disarmarli. Si è creduto , erroneamente, di poter controllare un territorio con un imprinting medioevale attraverso sporadiche iniziative “umanitarie” cercando di far cambiare mentalità a chi di cambiare mentalità non ne voleva sapere semplicemente perché non vedeva vantaggi nel farlo. Il risultato è stato un aumento record della produzione di oppio (secondo quanto afferma l’UNDCP), una vera esplosione della corruzione in seno al Governo afgano e nessun cambiamento a livello sociale. Ricordate quanto dicevano che avrebbero fatto togliere il burqa alle donne afghane? Beh, andate a vedere oggi, dopo 12 anni, se ci sono riusciti.
E allora per cosa sono morti i nostri 53 soldati e le migliaia di soldati stranieri? Per nulla, sono morti per nulla e la responsabilità di tutto questo è di chi a un certo punto ha pensato di poter interagire con i talebani invece di combatterli senza pietà. Si è fatta avanti quella assurda mentalità del “dialogo” con persone che non esitano a gazare delle ragazzine che vanno a scuola, con persone che mandano un bambino di 11 anni a lanciare una bomba a mano dentro a un Lince, con criminali che conoscono un solo linguaggio, quello della violenza. Addirittura a un certo punto si è pensato di iniziare progetti di sviluppo gestiti dalle Ong così come si fa in Africa o in altri territori sottosviluppati. E cosa è successo? E’ successo che le Ong sono dovute fuggire con la coda tra le gambe per non far rischiare la vita ai loro cooperanti. Qualcuna di loro ha affidato i loro progetti a personale locale ma senza incidere minimamente sul tanto agognato (e pubblicizzato) cambiamento a livello sociale. Solo alcune sono potute rimanere a operare in Afghanistan ma solo perché fanno esattamente quello che vogliono i talebani. Per il resto il nulla, salvo qualche operazione di facciata.
E allora che senso ha morire per l’Afghanistan? Qualcuno sosterrà che il Capitano La Rosa e gli altri 52 militari italiani siano morti per garantire un futuro migliore all’Afghanistan. Beh, mentono sapendo di mentire. Tutti sanno già da un bel po’ quale sarà il futuro dell’Afghanistan e non è certo quello che immaginavano i burocrati quando hanno dato il via alle operazioni militari per poi renderle insufficienti con assurde limitazioni che hanno permesso ai talebani di sopravvivere e di dettare legge. Una guerra se si decide di combatterla, si combatte per vincerla non per lasciare il lavoro a metà, altrimenti meglio restarsene a casa.

