La “fuga” di Trump dal Medio Oriente che inguaia Israele

Per giudicare la politica di Trump in Medio Oriente non ci si può basare solo sul trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Sono due anni che Trump vive di rendita su quella decisione. Servirebbe ben altro. Invece il Presidente americano ha scelto la via dell’abbandono

In molti si erano illusi che il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme deciso dal Presidente Trump fosse solo l’inizio di una politica americana più “israelocentrica” attorno la quale costruire un nuovo corso politico in Medio Oriente. A due anni di distanza possiamo dire che quella era solo una pia illusione.

Quella decisione è rimasta l’unica vera iniziativa pro-israeliana presa dal Presidente Trump. L’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano non ha niente a che vedere con Israele (anche se a molti piace pensarlo), non mette in sicurezza lo Stato Ebraico, non ferma la corsa iraniana verso il nucleare né verso il riarmo.

Le armi che l’America sta fornendo a Israele sono il frutto di un accordo stretto da Barack Obama e non da Trump che anzi, proprio grazie a qui 3,5 miliardi annui di aiuti militari, può affermare che «Israele può difendersi da solo».

Il miglioramento delle relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi non sono il frutto della politica di Trump ma di quella di Benjamin Netanyahu, persona che può piacere o meno ma che fino ad ora ha saputo dimostrare di saper usare abbastanza bene la politica del bastone e della carota.

I raid aerei preventivi in Siria contro il radicamento iraniano e contro Hezbollah sono il frutto di un accordo con la Russia di Putin e non del fantomatico “scudo americano”.

E’ vero, l’America è rimasta quasi l’unica a difendere Israele alle Nazioni Unite soprattutto grazie all’eccellente ambasciatrice (purtroppo dimissionaria) Nikki Haley, ma questo non è servito a molto a causa delle politica fortemente isolazionista implementata dall’Amministrazione Trump che di fatto ha limitato non poco la possibilità di trovare “sponde” all’interno delle stesse Nazioni Unite.

Da due anni Trump promette un piano di pace per il conflitto israelo-palestinese, piano che non si è visto se non sotto forma di anticipazioni che hanno avuto il solo risultato di avvelenare ulteriormente i rapporti tra Israele e arabi.

E’ vero, Trump ha tagliato gli aiuti a quella macchina del fango e antisemita che è la UNRWA, ha tagliato gli aiuti alla Autorità Palestinese, ma sul campo questo non ha prodotto alcun vantaggio oggettivo per Israele. Anzi, se possibile ha reso i palestinesi ancora più “vittime” agli occhi del mondo.

La differenza tra le cose importanti e reali e le mosse propagandistiche

Quello che manca alla politica di Trump in Medio Oriente sono le cose veramente concrete, come per esempio contrastare fattivamente l’espansionismo iraniano e russo, magari rafforzando la propria presenza militare. Invece la politica di Trump in Medio Oriente va in direzione contraria, cioè verso il disimpegno piuttosto che verso un maggiore impegno come il momento richiederebbe.

E’ molto bello che Trump abbia preso posizione contro alcune storture palestinesi e che all’ONU non siano mancati da parte americana gli attacchi al traboccante antisemitismo dimostrato più volte dalla più grande istituzione mondiale, ma serve di più. Servono i fatti e non le parole.

E i fatti ci dicono che la politica di Trump in Medio Oriente è quella delegare agli altri quello che prima facevano gli americani, cioè garantire la pace grazie al loro peso militare. Armi a Israele che poi se la deve cavare da solo. Armi all’Arabia Saudita per contrastare l’espansionismo sciita. Qualche arma ai curdi (poche) prima di abbandonarli al loro destino.

Questa è la cruda realtà. Non esistono nella politica di Trump in Medio Oriente fantomatici piani B o inimmaginabili accordi segreti con chissà chi. La politica di Trump in Medio Oriente è palesemente quella dell’abbandono, una fuga che lascia campo libero alla Russia di Putin, all’Iran degli Ayatollah e alla Turchia di Erdogan.

Un fuga che inguaia Israele perché lo trasforma nell’unico vero ostacolo alle mire russe, iraniane e turche, una fuga che isola ancora di più Israele, perché non si può pensare che basti il sostegno diplomatico allo Stato Ebraico per metterlo in sicurezza.

Sono due anni che Trump vive di rendita grazie alla decisione di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme. In molti erano così eccitati da questa decisione da non vedere tutto il resto, da non vedere cioè la vera politica di Trump in Medio Oriente che è quella della fuga e della delega agli altri di tutti i problemi di sicurezza.

Trump non vuole erigere un muro solo lungo il confine con il Messico, lo vuole erigere tutto intorno all’America. E chi è fuori se la cavi da solo.

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