Editoriali rr Medio Oriente

La politica di Trump in Medio Oriente tra narrazione e realtà

Dic 21, 2018

La politica di Trump in Medio Oriente tra narrazione e realtà

La politica di Trump in Medio Oriente, a dispetto di quello che in tanti (compresa la sottoscritta) hanno affermato anche in un recente passato, è sempre stata chiarissima sin dalla campagna elettorale: lasciare la regione, ritirare le truppe e fare in modo che le varie realtà se la sbrighino tra di loro, magari riempiendole di armi.

Solo un mese fa affermava che sarebbe rimasto in Medio Oriente a causa di Israele e che le truppe in Siria erano parte di questa strategia, ma con la decisione di ritirare le truppe americane dalla Siria lasciando gli alleati curdi alla mercé di Erdogan, salta tutto il ragionamento.

In Israele si dice (o si diceva) che la politica di Trump in Medio Oriente sia la più “amichevole” verso lo Stato Ebraico che si sia mai vista.

E’ vero, ha spostato l’ambasciata a Gerusalemme e questo per molti è stato sufficiente per elevarlo a “miglior presidente di sempre”. Ma poi, cosa ha fatto realmente per la regione o per Israele?

Praticamente si è disinteressato di tutte le complesse dinamiche che regolano i rapporti di forza in Medio Oriente.

Ha lasciato che Putin prendesse il controllo della Siria senza battere ciglio aprendo un’autostrada alla presenza iraniana in Siria. Ha combattuto l’ISIS attraverso i curdi addestrandoli, armandoli e fornendo loro copertura aerea, per poi abbandonarli al loro destino (speriamo che almeno gli abbia lasciato le armi).

Da almeno due anni promette un piano di pace per la questione israelo-palestinese che però ancora non si è visto (si dice che arriverà a gennaio 2019) ma ha già avvisato che anche Israele dovrà pagare un prezzo alto per la pace e per il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

E’ uscito dall’accordo sul nucleare iraniano cercando di mettere in difficoltà economiche l’Iran con sanzioni unilaterali, ma per il momento è assolutamente isolato. Nessuno lo ha seguito.

In compenso ha concluso con l’Arabia Saudita un enorme contratto per la vendita di armi comprese armi avanzate.

Ora, capirete che la politica di Trump in Medio Oriente non è affatto facile da comprendere, sempre ammesso che il Presidente americano abbia una politica per il Medio Oriente che non sia quella dell’abbandono, cosa che come detto all’inizio è sempre stata una sua intenzione dichiarata.

La narrazione comune vuole Trump essere una specie di duro, qualcuno che se prende una decisione la tira avanti fino alla fine. Peccato che non sia affatto così e l’abbandono repentino dei curdi nelle “amorevoli” mani di Erdogan ne è la prova.

La triste verità è che Trump non è nemico né amico di nessuno se non di se stesso. Se nel fare una cosa ha un tornaconto (preferibilmente economico) la fa, altrimenti non guarda in faccia a nessuno.

Certo, è l’America first promessa in campagna elettorale, quindi Trump sta semplicemente facendo esattamente quanto promesso (è di queste ore l’annuncio del ritiro anche dall’Afghanistan, proprio come promesso in campagna elettorale), ma il Presidente della più grande potenza mondiale ha anche responsabilità verso il resto del mondo, non solo verso i minatori del Minnesota, una cosa che Trump sembra aver dimenticato.

turchia trump erdogan scontro pastore Andrew Brunson

E anche in Israele qualcuno comincia a preoccuparsi e a farsi domande, specie dopo il tradimento nei confronti dei curdi siriani, perché di tradimento si tratta. Non c’è America first che tenga.

Israele farà la fine dei curdi? Anche lo Stato Ebraico sarà abbandonato a se stesso, sebbene ben armato? Il sospetto che Trump voglia “smarcarsi” dal Medio Oriente è sempre più forte.

La domanda da porsi ora è quindi: cosa farà Trump nel caso probabilissimo di un conflitto armato tra Israele e Iran? La domanda è legittima perché non è affatto scontato che l’America sosterrà militarmente Israele. Lo farà in tutti i consessi internazionali a partire dalle Nazioni Unite, questo è certo, quasi certamente gli fornire tutte le armi di cui necessita, ma difficilmente andrà oltre. Al contrario l’appoggio di Putin all’Iran è pressoché certo.

Questo crea uno “scompenso” nella regione che va ad aggiungersi a quello derivante dalla imminente offensiva turca nel Kurdistan siriano che già di suo pone la Turchia in una posizione di forza in Medio Oriente.

A scanso di equivoci ripeto ancora una volta che Trump sta facendo esattamente quanto promesso in campagna elettorale, cioè tirare fuori gli USA dal pantano mediorientale, ma come altrettanto detto la più grande potenza mondiale ha responsabilità che vanno oltre le promesse elettorali, un fatto di cui Trump sembra bellamente infischiarsene. Ho l’impressione che non ci aspettano bei momenti.