Negli ultimi tempi la moda pacifinta vuole che intere nazioni, governi e grandi catene di prodotti alimentari organizzino il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalle colonie. Secondo loro così facendo contribuiscono alla lotta palestinese contro quella che, sempre loro, definiscono “occupazione”. Peccato che non sia proprio così e che i primi ad essere danneggiati siano proprio i palestinesi.

A spiegarcelo sono due persone che vivono da vicino la situazione. Uno è un israeliano che dirige una azienda situata in quelli che i pacifinti definiscono “territori occupati”, l’altro e un operaio palestinese che lavora in una di queste aziende.

Yehuda Cohen (ripreso anche da diversi giornali israeliani) da mesi cerca di far capire ai “boicottatori” che danneggiare la sua azienda, inserita nella lista di quelle da boicottare, significa prima di tutto danneggiare gli oltre 40 lavoratori palestinesi che vi sono impiegati i quali percepiscono uno stipendio equiparato a quelli israeliani, tre volte superiore al miglior stipendio che percepirebbero nei territori controllati dalla Autorità Nazionale Palestinese (ANP).  «I primi ad essere preoccupati di questo boicottaggio sono i lavoratori palestinesi – dice Yehuda Cohen ad alcuni giornalisti israeliani – perché sanno benissimo che se la mia azienda dovesse chiudere resterebbero senza lavoro e che mai in Cisgiordania percepirebbero uno stipendio come quello che percepiscono qui dove, per di più, hanno ogni forma di garanzia».

Ma a darci i numeri dei danni che sta facendo il “boicottaggio” ai lavoratori palestinesi è proprio un palestinese che da anni lavora in una delle aziende inserite nella lista da boicottare. Akram (il cognome lo omettiamo per ovvie ragioni) ci dice prima di tutto quanti sono i palestinesi che lavorano nelle aziende israeliane boicottate e il numero è impressionante: 15.000. Sinceramente non ci aspettavamo un numero così alto ma da una breve verifica scopriamo che addirittura il numero potrebbe essere in difetto. Quindicimila e più lavoratori palestinesi che percepiscono stipendi molto più alti di quanto potrebbero percepire nei territori controllati dalla ANP rischiano di rimanere senza lavoro a causa del boicottaggio, perché come ci spiega Akram «in caso di crisi o di calo di lavoro i primi ad essere licenziati saremo noi palestinesi e non certo gli israeliani. Alla fine i veri danneggiati da questo boicottaggio siamo noi palestinesi». Akram ci spiega che «l’ideologia è una buona cosa ma che non sfama le famiglie dei lavoratori palestinesi» e che «chi ha organizzato il boicottaggio al calduccio della sua abitazione occidentale non ha capito quanto danno stia facendo a noi palestinesi».

Secondo Banca Mondiale il prodotto interno lordo della Palestina (intesa come Cisgiordania ed esclusa Gaza) negli ultimi anni è cresciuto in maniera impressionante (da 2,5 miliardi agli attuali 4,9 miliardi) e questo grazie anche agli stipendi dei lavoratori palestinesi impiegati in aziende israeliane che con una maggiore disponibilità di denaro movimentano la micro-economia locale. Togliere improvvisamente questo enorme flusso di denaro significherebbe il tracollo economico della Palestina. Qualcuno lo dovrebbe spiegare a coloro che boicottano i prodotti israeliani provenienti da quelli che loro definiscono “territori occupati”.

Ho l’impressione che alla fine dei conti ai “pacifinti” non interessi niente dei palestinesi ma che interessi solo danneggiare in qualche modo Israele. Lo abbiamo visto con la ragazzina palestinese gravemente malata alla pelle e bisognosa di aiuto, vigliaccamente usata per i loschi scopi anti-israeliani. E ora vediamo che per raggiungere gli stessi scopi non si fanno scrupolo di gettare nella miseria oltre 15.000 famiglie palestinesi. E bravi i nostri PACIFINTI antisemiti.

Sarah F.