In Iran è in corso una vera e propria caccia al dissidente. Con l’approssimarsi della data delle elezioni presidenziali (14 giugno 2013) il regime non vuole rischiare una nuova rivolta e agisce in modo preventivo su qualsiasi cosa che si avvicini anche minimamente a una critica.

Dei cosiddetti “riformisti” non c’è più traccia. Mir-Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi sono agli arresti domiciliari dal gennaio 2011 e il Movimento Verde sembra essere svanito nel nulla. Le difficoltà economiche hanno indebolito enormemente la classe media iraniana che da sempre è stata la spina dorsale del movimento riformista. I tantissimi arresti di giovani riformisti hanno tagliato le gambe a qualsiasi velleità da parte della classe media iraniana. Il terrore regna sovrano.
Nel frattempo la lotta per la presidenza è ristretta a pochi nomi e tutti riconducibili alla disputa interna tra il Grande Ayatollah Khamenei e Ahmadinejad. Il primo sostiene una rosa di nomi fedelissimi tra i quali Gholam Ali Haddad Adel e Ali Akbar Nategh-Nouri mentre sembra che il figlio del Grande Ayatollah, Mojtaba Khamenei, sia destinato alla successione del padre come guida suprema. Ahmadinejad dal canto suo sostiene Esfandiar Rahim-Mashaei con il quale vorrebbe riproporre in Iran la cosiddetta “formula Putin/Medvedev” con lo scambio provvisorio dei ruoli per poi tornare a governare tra quattro anni.
Molti analisti internazionali prevedono una bassissima affluenza alle urne e qualcuno si azzarda a dire che Khamenei potrebbe rinviare le elezioni a causa delle tensioni internazionali e persino abolire la figura del Presidente della Repubblica arrogando a se anche i poteri del Presidente.
Quello che appare chiaro è che l’Iran è un paese che si sta chiudendo su se stesso accentuando l’estremismo degli Ayatollah a danno dei riformisti, letteralmente spariti dalla scena. E quei pochi che ancora provano a far sentire la propria voce vengono zittiti a forza di frustate o incarcerati.
Sarah F.