Nell’ambito del “Progetto Haven”, in collaborazione con alcune Ong africane e con i maggiori donatori internazionali, è stato deciso di aprire un nuovo settore dedicato a risolvere il problema degli aborti insicuri in Africa.

Lo spunto l’ha dato la Conferenza “”Keeping our promise: Addressing unsafe abortion in Africa” che si è tenuta dall’8 all’11 novembre ad Accra, in Ghana, alla quale hanno partecipato oltre 250 operatori del settore sanitario, della cooperazione allo sviluppo e del settore legato alla promozione dei Diritti della donna in Africa.

I numeri: ogni anno in Africa vengono effettuati oltre 5,5 milioni di aborti insicuri. Circa 36.000 giovani in età scolare perdono la vita ogni anno a seguito di interventi di aborto effettuati in condizioni insicure. Migliaia sono le donne adulte che perdono la vita a causa dell’insorgere di infezioni a seguito di aborti clandestini o insicuri. Questi sono i dati diffusi da Thokozile Ruzvidzo, direttrice dell’ African Centre for Gender and Social Development presso l’ UN Economic Commission for Africa (ECA). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) oltre il 14% dei decessi tra le donne africane in stato di gravidanza avviene a seguito di aborti in condizioni insicure. Di queste oltre la metà hanno un’età inferiore ai 25 anni.

Il problema è che in molti Stati l’aborto non è legale. Le donne sono quindi costrette a rivolgersi a strutture clandestine (nella migliore delle ipotesi) o a donne locali, per lo più una specie di fattucchiere che si tramandano “l’arte dell’aborto” da madre a figlia e che usano vecchi ferri arrugginiti per praticare l’interruzione di gravidanza.

Occorre quindi prima di tutto fare in modo che l’aborto venga legalizzato in quei Paesi dove attualmente non lo è. Questa forse è la parte più dura. Sono infatti tantissime le resistenze, per lo più legate a fattori religiosi. Infatti, sia la componente cattolica che quella musulmana si oppongono strenuamente alla legalizzazione dell’aborto costringendo così le donne a rivolgersi a strutture clandestine. Il problema oltretutto è legato anche ad altri due problemi, cioè alla diffusione dell’HIV e al divieto di usare i preservativi “imposto” sia dai cattolici che dai musulmani.

Il ramo del “Progetto Haven” che si occuperà degli aborti insicuri dovrò quindi prima di tutto fare in modo che entri il concetto di “Diritto della donna”, inteso come fine delle iniquità e delle differenze di genere, dove questo concetto non c’è, ma anche e soprattutto convincere i vari Stati a legalizzare l’aborto per evitare che le donne che vogliono interrompere la gravidanza non si rivolgano a strutture clandestine. Un secondo passo sarà quello di incentivare adeguatamente la nascita di ambulatori locali attrezzati per compiere questo tipo di intervento in maniera sicura. Insomma, va salvaguardato il Diritto della donna ad avere una vita sessuale e riproduttiva sana e il suo Diritto all’aborto in condizioni sicure.

Non sarà facile, non ce lo possiamo nascondere. Dovranno essere implementate diverse campagne di sensibilizzazione per convincere i Governi ad attuare le riforme necessarie e poi si dovrà adeguare la struttura sanitaria nazionale di ogni Stato che decida di legalizzare l’aborto (e di quelli dove lo è già) per permettere alle donne di praticare l’interruzione di gravidanza in condizione di massima sicurezza. Tuttavia l’importante è che ci sia la volontà di molte organizzazioni umanitarie e delle grandi strutture internazionali a iniziare questa difficile battaglia. I risultati verranno con l’impegno.

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