Crocefisso per una “sculacciata”, ma lo stupro di gruppo degli immigrati è tabù

Voglio tornare a parlare della cultura dello stupro che molti immigrati si portano dietro dal loro paese.

Intendiamoci meglio, non intendo ritornare sul concetto espresso credo chiaramente con l’articolo dello scorso 8 gennaio (linkato sopra), non intendo fare un attacco alla cultura dell’accoglienza che pure non condivido in questa forma.

Intendo però cercare di capire perché le femministe nostrane hanno messo in croce un uomo per aver “smanacciato” il sedere di una giornalista, cosa che non si fa mai ma che non è equiparabile ad una violenza sessuale, ma hanno taciuto sulle violenze sessuale, quelle vere, subite da povere ragazze la sera di capodanno a Milano.

Ripeto il concetto per i duri di comprendonio: quello che ha fatto l’uomo che ha smanacciato il sedere della giornalista è una cosa che non si fa, ma è ben lungi dall’essere una violenza sessuale.

Eppure il protagonista di questo atto infame, di questa offesa alle donne, è stato trattato alla stregua di un violentatore sessuale, di un maniaco, attaccato su tutti i fronti con le anime bellissime delle femministe de noantri che non hanno perso occasione per manifestare il loro disgusto per quella “smanacciata”.

Ora, visto come è stato trattato il “toccatore seriale di sederi di giornaliste”, per un fatto come quello accaduto a Milano mi aspettavo come minimo una alzata di scudi da parte delle femministe de noantri tale da mettere sottosopra il web.

Invece NO, niente, nisba, come se non fosse successo nulla. Quelle stesse che avevano crocefisso il “toccatore seriale di sederi di giornaliste”, che avevano fatto interi programmi TV su quel esecrabile fatto, su quanto successo a Milano non hanno detto una parola.

E qui qualcosa non torna. Non voglio sminuire la toccata di sedere subita dalla giornalista, per altro bravissima nello sfruttarla mediaticamente, però quanto successo a Milano è tutt’altra cosa, un’altra dimensione del concetto stesso di violenza sessuale di gruppo. A Milano si è vista una caccia del branco alla ragazza bianca e possibilmente cristiana.

A Milano è stato attaccato un modo di vivere, il nostro modo di vivere, per cui se una ragazza vuole girare per Milano da sola e magari in minigonna è liberissima di farlo.

Quello che fa rabbia è che se a fare un attacco di branco come quello visto a Milano fossero stati dei ragazzi italiani o comunque non di origine straniera, si sarebbe scatenato un putiferio e le femministe de noantri avrebbero fatto il diavolo a quattro.

Ma qui il branco non era di origini italiane, qui si rischia di mettere in discussione il concetto di integrazione tanto caro ai sostenitori dell’accoglienza senza se e senza ma. E allora è meglio tacere, mettere tutto sottotraccia e aspettare che passi la bufera.

È una vigliaccata bella e buona, un atto di codardia dettato dalla necessità di non rinnegare un concetto come quello di integrazione che mai come ora è reso impossibile dalla distanza abissale tra il nostro modo di pensare la vita e il loro. È una ipocrisia che mai e poi mai mi sarei aspettato dal mondo della società civile.

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