Sei kamikaze hanno attaccato ieri mattina una Ong americana basata a Kunduz, nel nord dell’Afghanistan uccidendo almeno quattro operatori umanitari della Ong Development Alternatives che stava implementando nella regione alcuni progetti umanitari per conto Agency for International Aid (USAID).

E’ chiara la strategia dei talebani di attaccare le agenzie umanitarie impegnate nella implementazione di progetti di sviluppo, visti dai terroristi islamici come il nemico più pericoloso. Nelle scorse settimane sempre i talebani, che ancora qualcuno si ostina a chiamare “resistenti” invece di chiamarli con il loro nome, cioè “assassini”, avevano attaccato altri progetti umanitari e diverse scuole dove era permesso l’insegnamento alle bambine afghane.

Secondo il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, l’attacco a Konduz è stato condotto da sei valorosi martiri che hanno voluto colpire un “centro di formazione americano per spie afghane”. In sostanza i talebani affermano che i progetti umanitari in corso in Afghanistan altro non sono che “scuole di spie e per traditori”, giustificando così sia la morte di operatori umanitari assolutamente disarmati che, come nel caso delle scuole, quella di bambine innocenti che hanno la sola colpa di voler andare a scuola.

In occidente i giornali non fanno altro che parlare delle vittime collaterali degli attacchi della coalizione che combatte i talebani. La cosa sarebbe corretta se facessero altrettanto anche per le vittime innocenti provocate dagli attacchi dei talebani, le quali sono nell’ordine di molte migliaia. Però se un taliban, o “resistente”, ammazza 40 persone è tutto regolare, è nella loro “tradizione” e quindi, secondo certe persone che si definiscono pacifiste, non c’è niente di sbagliato. Lo fanno solo perché in Afghanistan ci sono le truppe straniere, come se prima l’Afghanistan fosse stato il regno del Diritto e della felicità. Da questo ragionamento deriva la volontà di chiamare questi assassini con il nome di “resistenti”. Che strani questi pacifisti. Sono sempre più incomprensibili.

Sharon Levi

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