Come sempre avviene in questi casi, passata l’emozione del primo momento, si tende a non parlare più dei fatti che hanno sconvolto il mondo. Haiti non fa eccezione, a poco più tre mesi dal terremoto che il 12 gennaio sconvolse l’isola caraibica nessuno ne parla più.

Ma la situazione resta gravissima. Chi è sopravvissuto al devastante sisma deve affrontare la durissima lotta quotidiana per la sopravvivenza senza avere, per il momento, nessuna visione del proprio futuro. Oltre 300.000 feriti di cui moltissimi con arti amputati, decine di migliaia di orfani, incredibile il numero dei senzatetto. La macchina umanitaria sta funzionando a pieno ritmo ma la tragedia è di tale proporzioni che sembra che non si riesca a tamponare da una parte che occorre correre dall’altra.

Ne sanno qualcosa le numerose Ong italiane che stanno operando in loco. I più impegnati sono proprio i medici che devono far fronte alle numerosissime amputazioni e traumi da schiacciamento. Altre distribuiscono quotidianamente e tra mille difficoltà gli aiuti essenziali. Ci sono voluti tre mesi per arrivare o organizzare in maniera adeguata le zone di distribuzione. Si perché non si può distribuire gli aiuti a caso come fanno in tanti, ma occorre organizzare i punti di distribuzione, censire nel limite del possibile le persone comprese all’interno di questa area e “ordinare” con molta attenzione il momento della distribuzione usando, dove possibile, dei ticket individuali. I rischi sono quelli di lasciare qualcuno senza gli aiuti o di distribuirne più del necessario ad altri con conseguenze che possono essere molto pericolose. La “rivolta da disperazione” è sempre dietro l’angolo.

Un altro pericolo sono le malattie. L’odore che si respira in tutta l’isola è nauseabondo e chi opera tra le macerie è esposto a rischi piuttosto seri per la salute. Le malattie sono il secondo motivo di intervento medico dopo i traumi derivanti dal sisma.

Le infrastrutture dell’isola sono ancora devastate. Non c’è corrente e negli ospedali da campo si opera con i generatori, le strade oltre a non essere sicure nascondono pericoli mortali con migliaia di cavi elettrici a terra che ustionano ogni giorno decine di bambini e di soccorritori locali.

Qualcuno parla già di passare dalla fase di emergenza a quella della ricostruzione e dello sviluppo. La cosa è senza dubbio positiva se non fosse che si è ben lungi dall’uscire dalla fase dell’emergenza. Sono ancora troppi i bisogni primari delle centinaia di migliaia di persone che hanno perso quel poco che avevano nel sisma del 12 gennaio. Per prima cosa, in questo momento, vanno salvaguardate queste persone garantendo i loro bisogni primari, poi si penserà al futuro dell’isola e avremo modo anche di parlarne a lungo.

Fatto sta che la situazione ad Haiti è ancora molto drammatica nonostante tutti sembrano essersi dimenticati del devastante sisma del 12 gennaio 2010. Un grazie particolare va alle migliaia di volontari e alle Ong che invece continuano ogni giorno a lottare duramente per riportare questa bellissima isola almeno alla normalità, certo una normalità fatta di povertà e di duro lavoro, ma pur sempre normalità. Passare dalla “povera normalità” ad una fase di sviluppo sarà la prossima fatica che queste persone dovranno affrontare. Non vanno lasciati soli. Non dimentichiamoci di Haiti.

Bianca B.

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