Scomparsa di Jamal Khashoggi: sono i regimi bellezza

La scomparsa di Jamal Khashoggi ha avuto una ridondanza internazionale solo perché il giornalista dissidente saudita scriveva per testate di rilevanza mondiale quali il Washington Post e altre note testate internazionali. Se fosse stato un giornalista “qualunque” sarebbe stato solo un nome da aggiungere alla lunga lista di giornalisti incarcerati o fatti sparire dai vari regimi.

La Turchia, che sulla scomparsa di Jamal Khashoggi si trova in prima fila nelle accuse all’Arabia Saudita, detiene attualmente almeno 156 giornalisti solo perché ostili al regime di Erdogan. Nel marzo scorso in un colpo solo Erdogan fece incarcerare 845 persone solo perché avevano criticato il regime sui social.

Giornalisti sono detenuti o addirittura uccisi in Russia. Una settimana fa ricorreva l’anniversario dell’assassinio di Anna Politkovskaja, uccisa il 7 ottobre 2006 guarda caso proprio il giorno del compleanno di Putin che tanto criticava. Per capire quanto sia pericoloso fare il giornalista in Russia basta scorrere la lunghissima lista di reporter uccisi non solo sotto il regime di Putin.

Dal 1° ottobre nel mondo sono stati uccisi 56 giornalisti

Ma la lista dei regimi che incarcerano o uccidono giornalisti a loro ostili è lunghissima. Secondo Reporter Sans Frontieres dal 1° ottobre 2018 nel mondo sono stati uccisi 56 giornalisti solo perché facevano il loro dovere di informazione. E anche se è vero che molti di loro sono morti in teatri di guerra è altrettanto vero che ogni regime del mondo mette molta cura nell’eliminare la stampa ostile o nel costringerla a scrivere solo quello che sta bene a loro, come fa Hamas nella Striscia di Gaza secondo una denuncia della Foreign Press Association (FPA), l’associazione che racchiude i giornalisti stranieri che operano in Israele e nei territori palestinesi.

Il 31 agosto scorso il CPJ (Committee to Protect Jornalists) ha denunciato che in Iran erano stati arrestati almeno sette giornalisti solo perché avevano dato coperture alle proteste, poi condannati a pene disumane.

Non c’è regime al mondo che non cerchi di mettere il bavaglio alla stampa libera e in questo particolare momento il caso di Jamal Khashoggi appare come un “caso simbolo” sul quale occorre tenere ben viva l’attenzione, non solo per quello che appare come un brutale omicidio (ancora tutto da provare) ma soprattutto perché è il simbolo di una guerra reale tra chi cerca di fare informazione in modo imparziale e chi questo modo di fare informazione lo considera un pericolo per il proprio dominio.

In passato abbiamo fatto l’errore di dimenticarci in fretta delle varie Politkovskaja pensando che cose del genere da noi non sarebbero mai successe, invece succedono anche da noi anche se al posto dei regimi ci sono le mafie e i vari clan a vario titolo legati anche alla politica (un caso per tutti quello di Federica Angeli). E non sottovalutiamo nemmeno gli appelli apparentemente innocui di chi si augura la chiusura dei giornali. Senza una stampa libera c’è solo il regime.