Del caso di Gaetano Sparti, trattenuto da due anni contro la sua volontà negli Emirati Arabi Uniti, ne avevamo parlato lo scorso 21 dicembre 2009 riassumendo molto brevemente la storia di quello che noi consideriamo a tutti gli effetti un vero e proprio sequestro di persona.

Ma cosa c’è di così “inquietante” nella vicenda che vede il nostro connazionale, Gaetano Sparti, accusato di cose mai commesse e improvvisamente catapultato dalla vita normale ad un incubo che dura ormai da due lunghissimi anni? Cercheremo di dirlo senza entrare nei dettagli delle informazioni specifiche perché l’unica cosa certa di questa storia è che effettivamente “qualcosa di inquietante” c’è realmente, qualcosa che potrebbe persino mettere in pericolo la vita di Gaetano Sparti e che tocca temi di politica interazionale molto complessi e particolarmente delicati, specie in questo particolare periodo e in quella specifica area, cioè Dubai.
Come detto, Gaetano Sparti è un ingegnere chimico ex dipendente della Nalco Italia, consociata alla Nalco Gulf con sede a Dubai. Ambedue le aziende fanno capo alla Nalco Company, una multinazionale americana attiva su diversi fronti e controllante di diverse altre società. Nel marzo 2008 Nalco Gulf accusa Gaetano Sparti di appropriazione indebita e, cosa molto più importante, di aver costituito una società con sede a Dubai avente le stesse caratteristiche e gli stessi scopi della Nalco Gulf. Per questo il 14 marzo 2008 il sig. Gaetano Sparti viene fermato all’aeroporto di Dubai e gli viene sequestrato il passaporto impedendogli il rientro in Italia. Nonostante le “lunghissime” indagini preliminari non abbiano trovato prove a conferma delle accuse della Nalco Gulf, Gaetano Sparti è stato rinviato a giudizio. Anche in giudizio durante le tantissime udienze di questi lunghi mesi (molte rinviate per futili motivi) non viene evidenziata alcuna prova di quanto affermato dalla Nalco Gulf ma, nonostante l’ormai evidente innocenza, nessuno (tranne naturalmente il sig. Sparti) ha intenzione di arrivare alla chiusura del processo, anzi, si fa di tutto per allungare gli ormai biblici tempi, tempi che oltretutto sono assolutamente inusuali per un Paese dove viene applicata la Sharia e con tempi medi di giudizio intorno ai tre mesi. E’ evidente la volontà di non arrivare al giudizio per non dover “liberare” Gaetano Sparti e continuare all’infinito a trattenerlo negli Emirati. Per fare questo la Nalco non bada a spese. Assume l’avvocato dell’Emiro di Dubai, Habib Mohamed Sharif Al Mula, insieme al tutto il suo staff (Abdul Aziz Al Hanaie, Tariq Al Shamsi, amira Al Bastaki, Eman Asad, Majed Asad e Amel Al Bastaki). Negli Stati Uniti e in Europa muove una vera e propria corazzata legale guidata dalla Clifford, una potentissima (e carissima) multinazionale di studi legali associati.
Ora, è credibile che per perseguire legalmente un solo uomo che, se fosse riconosciuto colpevole delle accuse mossegli, rischierebbe una pena detentiva di qualche mese, la Nalco spenda milioni di dollari solo in avvocati? Secondo noi NO.

Secondo noi (ma per ovvie ragioni non possiamo scendere nei particolari) il sig. Sparti è stato inconsapevolmente spettatore passivo di una o più triangolazioni di questo tipo con paesi sottoposti ad embargo. Prima si è cercato di attribuirgli la creazione di una di queste “aziende” e poi, non riuscendoci, si è cercato di coprire una operazione finanziaria “sospetta” con una appropriazione indebita chiaramente mai provata.
Lungi da noi fare semplici congetture, ci sono decine e decine di documenti che provano come questo sistema all’apparenza semplicissimo, sia continuamente usato per eludere l’embargo imposto a diversi Paesi. E’ chiaro che se un sistema del genere dovesse improvvisamente crollare o se venisse scoperta una delle aziende (o degli Stati) alla fonte delle triangolazioni, le perdite in termini di denaro sonante sarebbero nell’ordine di milioni e milioni di dollari. Se poi una delle aziende avesse sede in uno dei Paesi impegnati nella lotta al terrorismo le conseguenze per quella azienda e per i suoi amministratori sarebbero a dir poco drammatiche.
Ecco, Gaetano Sparti, un uomo di sessant’anni che ha sempre lavorato onestamente, stimato e rispettato da tutti i suoi colleghi, persona assolutamente irreprensibile che ha sempre vissuto una vita normale, si è trovato inconsapevolmente in mezzo a tutto questo vorticoso intrigo internazionale senza avere la minima possibilità di sottrarsi alle nefaste conseguenze generate dalla avidità di certe persone. Da due lunghissimi anni Gaetano Sparti è costretto a vivere a sue spese a Dubai senza avere la possibilità di fare niente, nemmeno le cose più semplici, perché senza documenti. Libero ma imprigionato in una costosissima prigione che in 24 mesi di sequestro si è mangiata i risparmi di una vita di duro lavoro.
In precedenza abbiamo parlato di una caso incredibile che non ha precedenti nella storia del Diritto Internazionale, ebbene confermiamo che il caso di Gaetano Sparti, sia per come è stato affrontato dalle Istituzioni italiane che per le conseguenze che potrebbe avere, non ha precedenti. Noi riteniamo che sia arrivato il momento di porre fine a questo sequestro di persona e ci aspettiamo la massima collaborazione da parte delle Istituzioni preposte affinché Gaetano Sparti possa al più presto tornare a casa. Non ci aspettiamo cose particolari ma solo quello che è dovuto a un cittadino italiano così come sancito dalla Costituzione. Non vogliamo creare problemi di nessun tipo a nessuno, ma la situazione psico-fisica del sig. Sparti è arrivata ad un punto drammatico e noi, a differenza di altri, poniamo l’essere umano e i suoi Diritti al di sopra di ogni cosa. Non permetteremo che la vita di gaetano Sparti venga messa seriamente a rischio per giochetti internazionali o per “ragioni diplomatiche”. E non saranno le minacce “legali” a intimorirci. Siamo in grado di difenderci in qualsiasi tribunale del mondo, che sia a New York o a Milano. Gaetano Sparti deve essere liberato con qualsiasi mezzo e chi è colpevole di questo vero e proprio sequestro ne deve rispondere di fronte alla giustizia internazionale o, in alternativa, ravvedersi. Non ci sono vie di mezzo.
Secondo Protocollo