E’ stata consegnata ieri alle Nazioni Unite- Dipartimento per gli Affari Politici- sezione Africa – prevenzione dei conflitti armati, e all’Unione Europea, sezioni aiuti umanitari, politica estera e commercio estero, la versione definitiva della proposta per un “Protocollo per la certificazione della provenienza del Coltan” costruita sulla base del “Protocollo di Kimberley” per i diamanti.

Nei prossimi giorni la stessa proposta verrà inviata alla Commissione dei Diritti Umani dell’Onu, alla rappresentanza permanente dell’Italia all’Onu, al Ministro degli Esteri, Franco Frattini, e alla Commissione interparlamentare per i Diritti Umani.

Il “Protocollo per la certificazione della provenienza del coltan” intende interrompere la totale illegalità che vige nel mercato del coltan, una illegalità che favorisce lo sfruttamento illegale delle risorse africane (in particolare della Repubblica Democratica del Congo) e alimenta conflitti e micro conflitti per il controllo delle miniere di coltan.

Nel corso degli anni in tanti hanno cercato di introdurre un sistema di certificazione di provenienza per le risorse africane e in particolare congolesi. Nel 2009 fu la Germania che promosse il “Certified Trading Chains in Mineral Production” senza però specificare alcun metodo di controllo. Lo stesso Presidente Obama pretese e ottenne nel 2010 di introdurre la cosiddetta “Dodd-Frank” una legge per la riforma di Wall Street che tra le tante cose obbligava le multinazionali dell’elettronica a dichiarare la provenienza dei minerali usati nei componenti e a garantire che non provenissero da teatri di guerra. Ma anche in questo caso il tutto si fermava ad una semplice autocertificazione senza alcun organismo che ne controllasse la veridicità. Il “Protocollo per la certificazione della provenienza del coltan” esattamente come il “Protocollo di Kimberley” per i diamanti istituisce invece un sistema di controllo e un apposito organismo che certifichi con chiarezza la provenienza del minerale.

Se la nostra proposta venisse accolta i primi a beneficiarne sarebbero proprio i cittadini congolesi e tutti quei popoli che abitano terre con miniere di coltan, in primo luogo perché verrebbe interrotta la catena di conflitti alimentati dalla volontà di controllare le miniere, e in seconda battuta, perché beneficerebbero finalmente del ritorno economico derivante da un mercato pienamente legale del coltan. Infine, ma non meno importante, si metterebbe fine alla sistematica violazione dei Diritti Umani a cui si assiste nei luoghi interessati dall’estrazione del coltan, violazioni documentate in questo rapporto e in questo rapporto.

Ora servirebbe che Europa e Governo italiano sostengano questa proposta alle Nazioni Unite o che quantomeno, almeno a livello europeo, si chiedesse l’applicazione del “Protocollo per la certificazione della provenienza del coltan” almeno alle aziende elettroniche europee. In attesa che la proposta venga valutata sarebbe molto bello da parte delle aziende che producono elementi elettronici contenenti coltan (soprattutto telefonini e computer) una presa di coscienza che l’acquisto di “coltan insanguinato” è un danno per tutta l’umanità e non solo per le popolazioni che abitano i territori dove il minerale viene estratto. Basterebbe l’introduzione di regole basi che certifichino che i materiali da loro prodotti siano “free bloody coltan”. L’immagine di queste aziende ne guadagnerebbe enormemente.

Per coloro che intendono scaricare la versione definitiva del “Protocollo per la certificazione del coltan” è sufficiente cliccare sul seguente pulsante di download. {filelink=10}

Per coloro che intendono supportare in qualsiasi modo la campagna possono fare una donazione attraverso il pulsante sottostante oppure andando alla pagina “come aiutarci

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