Questa mattina il rappresentante del gruppo ribelle del Darfur Justice and Equality Movement (JEM) e quello di Khartoum hanno siglato un accordo sulla falsariga di quello proposto lo scorso anno a Ndjamena (Nigeria) che prevede tra le altre cose un immediate cessate il fuoco.

Nella impossibilità di raggiungere un accordo con gli altri gruppi ribelli il JEM si è quindi mosso unilateralmente mandando alcuni suoi rappresentanti direttamente nella tana del lupo, a Khartoum. Secondo quanto riferito da dal rappresentante del JEM a Khartoum l’accordo non è un “trattato di pace” ma è solo un primo importante passo verso la cessazione delle ostilità.

L’accordo prevede, tra le altre cose, lo slittamento delle elezioni nazionali di aprile ad una data successiva per dare il tempo gli uomini del JEM di partecipare. La cosa potrebbe essere duramente contestata dal governo provvisorio del Sud Sudan. Infatti uno slittamento della data di aprile porterebbe con ogni probabilità le elezioni a novembre, cioè dopo la stagione delle piogge e quindi decisamente a ridosso della data fissata per il referendum per la secessione del Sudan Meridionale dal Sudan previsto per gennaio 2011.

Molti esponenti del Sudan People Liberation Movement (Splm) credono che questo sia l’ennesimo espediente del Presidente al-Bashir per rinviare sia le elezioni nazionali che il referendum per la secessione del sud.

Al momento non sono arrivate reazioni ufficiali da Juba, capitale del Sud Sudan, ma si prevede che il SPLM si opporrà con molta decisione allo slittamento delle elezioni. La cosa potrebbe far saltare l’accordo tra JEM e Governo sudanese prima ancora della firma ufficiale prevista per domani a Doha, in Qatar. Intanto gli altri due gruppi ribelli del Darfur (Sudan Liberation Movement Revolutionary Forces e Addis Abab Group) continuano a rimanere a Doha in attesa di trovare un accordo da presentare a Khartoum. Di certo la mossa del JEM ha spiazzato tutti e non è detta che sia costruttiva per arrivare a una pace definitiva in Darfur e nel resto del Sudan.

Secondo Protocollo