Secondo il Colonnello Gheddafi l’Islam “dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa”. Il fatto curioso è che lo dice a 500 ragazze, 500 donne che ben poco sanno cosa comporta proprio per una donna essere “islamica”. Loro sono li ad ascoltare e ad applaudire per la modica somma di 70 euro e, si sa, in un momento di crisi non si guarda in faccia niente e nessuno.

Il leader libico è arrivato in Italia per commemorare il secondo anniversario del cosiddetto “trattato di amicizia italo-libico”, una sorta di scambio di favori tra i due paesi pagato a caro prezzo (carissimo) dall’Italia che però lascia il lavoro sporco per gli immigrati alla Libia e in cambio paga 5 miliardi di dollari americani plasmati in 20 anni (ben 250 milioni l’anno) come risarcimento per i danni provocati durante la colonizzazione della Libia. Nell’accordo anche “qualcosa” per le aziende italiane (non per gli italiani). In prima fila l’immancabile ENI che estrae dal deserto libico 800 mila barili di petrolio al giorno. Ma anche contratti per il gas, diverse joint venture con ditte italiane, fusioni bancarie (quella con Unicredit in cima alla lista), digitalizzazione della libia ( 7.000 Km di cavi in fibra ottica) con un contratto andato alla Sirti per 68 milioni di euro e un altro da 35 milioni di euro andato alla Pirelli. E poi c’è un contratto da un miliardo di euro per la costruzione di tre centri universitari andato alla Impregilo e un contratto per la fornitura di elicotteri andato alla immancabile Finmeccanica. Ma sono decine i contratti milionari siglati dalle ditte italiane e da diversi gruppi finanziari a seguito della firma del trattato “di amicizia”. L’Unica cosa che nessuno dirà mai è chi sarà a pagare quell’assegno da 250 milioni di dollari l’anno per vent’anni che risarcirà la Libia dei danni coloniali. E si, perché è bene che non si sappia che sarà il popolo italiano a pagare quell’assegno mentre a guadagnarci saranno le solite multinazionali che nei loro Consigli di Amministrazione hanno troppo spesso importanti uomini politici.

Business is business e se per fare affari occorre calpestare i Diritti Umani e chiudere gli occhi sul destino di migliaia di esseri umani in fuga da guerre e da regimi sanguinari in cerca di protezione internazionale, poco male. L’importante è che nessuno veda e che nessuno sappia. Il problema è che tutti sanno anche se è quasi impossibile vedere dato che la Libia impedisce a chiunque (compreso l’Onu) di visitare i suoi centri di detenzione. Ci sarebbe, a dire il vero, nell’accordo di amicizia una clausola secondo la quale i parlamentari italiani possono visitare i centri di detenzione libica per verificare lo stato dei rifugiati detenuti in quei luoghi, ma è letteralmente una presa in giro. Tempo fa il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, fece una richiesta in tal senso, richiesta che venne prontamente respinta dalla Libia. Solo in seguito Gheddafi permise a una delegazione italiana guidata da Margherita Boniver di visitare alcuni centri di detenzione rigorosamente scelti dal regime libico, centri che nel frattempo erano stati opportunamente “preparati” alla visita.

E’ disarmante la disinvoltura con la quale i politici italiani (di quasi tutti gli schieramenti) accettino e abbiano accettato in passato le violenze, i dictat e le bizzarrie del dittatore libico. Ancora più disarmante è verificare come la brutalità del colonnello Gheddafi venga spudoratamente usata dall’Italia per il “lavoro sporco”. Non ne faccio una questione di schieramento politico. Qui non c’è maggioranza e opposizione. Sono tutti responsabili fatti salvi qualche deputato radicale (i pochi sopravvissuti) e poche (pochissime) voci all’interno del PD. E mentre il Ministro Maroni plaude vergognosamente se stesso per aver fermato “l’invasione” di disperati in cerca di protezione internazionale, nessuno si accerta che fine facciano tutti quei respinti o se tra di loro vi siano o meno persone che necessitano e abbiano Diritto a quella protezione. E’ tutto incredibilmente oscurato.

L’accordo di amicizia italo-libico è uno degli episodi più oscuri della storia repubblicana italiana, una vergogna intrisa nel sangue ma benedetta dai dollari provenienti dagli affari per pochi eletti, affari che coprono il tanfo dei tanti morti morti nel deserto libico. Un detto racconta di come “occhio non vede, cuore non duole”, in questo caso potremmo dire “naso non sente, portafoglio non piange”, dove però il portafoglio è quello dei soliti noti e, naturalmente, del dittatore libico.

Bianca B.

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