La stampa li chiama “sciacalli”. Da ieri sul web si possono trovare centinaia di fotografie che testimoniano come questi “sciacalli” cerchino di appropriarsi delle poche cose salvate dal cataclisma che ha colpito Haiti. Ma è veramente così?

“Agli sfollati manca tutto, ma soprattutto manca l’acqua potabile e qualcosa da mangiare – continua il volontario – L’aeroporto di Port-au-Prince è pieno di questo materiale ma tutto rimane bloccato. Mi sembra una cosa inverosimile. Non ho mai visto una cosa del genere”.
E’ chiaro che in queste condizioni la popolazione è costretta, per sopravvivere, ad adattarsi come meglio può. Da qui gli episodi di “sciacallaggio”, una azione per la sopravvivenza non un vero e proprio sciacallaggio che è altra cosa. Certo, non si può nascondere che ci sono stati e ci saranno episodi di sciacallaggio puro, ma nella maggioranza dei casi sono azioni volte a garantirsi la sopravvivenza in mancanza degli aiuti.
Il cataclisma più grande che la storia moderna ricordi rischia di trasformarsi nell’operazione di aiuto più fallimentare e disorganizzata della storia dell’intervento umanitario di emergenza. Noi l’avevamo detto che nei primi momenti era essenziale coordinare gli aiuti, ma evidentemente le operazione di coordinamento sono state prese in mano da perfetti ignoranti.
Ieri in tarda serata sembrava che qualcosa potesse cambiare all’aeroporto di Port-au-Prince ma sei giorni senza consegnare gli aiuti i maniera ragionata sono davvero tanti. Ora non è certo il momento di fare polemiche sterili, ma c’è davvero da chiedersi se questa grandissima emergenza sia stata gestita nella maniera più appropriata. Noi riteniamo di no. Riteniamo che il coordinamento del primo intervento sia stato gestito malissimo dagli americani. Poi non c’è da meravigliarsi se la gente cerca di sopravvivere prendendo quello che può dalle macerie. E li chiamano “sciacalli”.
Articolo scritto da Noemi Cabitza
Anche Berlusconi oggi ha ammesso che ad Haiti manca il coordinamento. Purtroppo siete stati profetici