Dispiace ammettere che la pace in Medio Oriente non è mai stata così lontana. Dispiace soprattutto per chi come noi non ha mai smesso di credere che una pace fosse possibile, non facile, ma possibile. Purtroppo non è così e dobbiamo prenderne atto, noi che ci avevamo creduto e gli amici israeliani che magari sotto sotto ci speravano, non fosse altro per i loro figli e per le nuove generazioni.

Non dico questo a cuor leggero o semplicemente per dissociarmi da chi continua imperterrito a credere ad una pace in Medio Oriente. Lo dico perché ho analizzato a fondo la situazione e quello che vedono i miei occhi è tutto fuorché un quadro che possa in qualche modo far pensare a dei passi avanti verso la pace. Anzi, quello che vedo è un attacco continuo a Israele, un attacco che si fa via via più cruento e più distruttivo, sia a livello militare che a livello mediatico-sociale. Un attacco al quale è quasi impossibile non reagire.

Sul lato militare Israele non è mai stata così sotto assedio. Gli amici di una volta, in particolare Turchia ed Egitto, oggi sono diventati “ostili” e favoriscono il terrorismo palestinese di Hamas. Lo fanno apertamente, senza tanti sotterfugi, il che la dice lunga sul livello di sfida che viene lanciato a Israele. A nord c’è Hezbollah con i suoi 40.000 missili puntati sulle maggiori città israeliane. Sempre a nord c’è la Siria che oltre ad appoggiare gli Hezbollah dispone di una macchina da guerra temibile e non manca di minacciare i confini israeliani. Anche la Giordania, solitamente amichevole, negli ultimi tempi è stata costretta da pulsioni interne a fare alcuni passi ostili verso Gerusalemme. A ovest c’è Hamas, rafforzata dalle armi iraniane che arrivano a getto continuo, adesso più che mai dopo che l’Egitto ha riaperto il valico di Rafah. E poi c’è l’Iran con i suoi lunghi tentacoli che arrivano in Libano e in Siria. Il nemico sicuramente più temibile e certamente più intenzionato a distruggere Israele.

Sul lato mediatico-sociale Israele è sotto attacco da anni, ma mai così intensamente come adesso. Sembra di rivivere quelle pulsioni antisemite già viste con l’avvento al potere di Hitler che imbastirono una propaganda antiebraica senza precedenti e che portò alla Shoah nel silenzio complice del mondo. Oggi l’antisemitismo si nasconde dietro l’antisionismo, ma il risultato è lo stesso anche perché il sionismo è l’ultimo bastione di difesa dell’ebraismo. Con la scusa del pacifismo gli antisionisti non perdono occasione per attaccare e discriminare il mondo ebraico. Un esempio lampante ce lo abbiamo proprio in Italia in questi  giorni con il vergognoso boicottaggio della “settimana di Israele” che si tiene a Milano.

Qualcuno una volta mi disse che il maggior ostacolo alla pace in Medio Oriente era la “fobia da accerchiamento” di cui soffre Israele. Beh, bisogna ammettere che è assai difficile non vedere quell’accerchiamento e quel continuo tentare di cancellare lo Stato ebraico. In queste condizioni è difficile pretendere che Israele non reagisca e che rimanga impassibile ad aspettare di essere cancellata.

E si, perché di questo si parla: della eliminazione fisica dello Stato Ebraico. Della volontà dichiarata di voler distruggere Israele e tutto il suo popolo. Se si capisce questo, allora si può anche capire perché non è tempo per la pace. Come si può pretendere una forma di pace che non sia definitiva? Perché è questo che i vari “negoziatori”, i vari “analisti” e i vari “Obama” chiedono di fare a Israele: accettare una pace provvisoria basata esclusivamente sulla rinuncia da parte israeliana di territorio e di Diritti a favore di una controparte che non riconosce e non riconoscerà mai lo Stato Ebraico e che dice apertamente che l’obbiettivo finale è la distruzione di Israele e del suo popolo.

Ecco perché, seppure a malincuore, sostengo che non è tempo di pace. Non con questa situazione e non a queste condizioni. Per molti anni Israele ha fatto concessioni dolorose in cambio di pace. Quello che ha ottenuto è un accerchiamento militare e mediatico-sociale senza precedenti. Ora è finito il tempo delle concessioni ed è iniziato il tempo delle pretese, quelle pretese volte a garantire l’esistenza e la sicurezza dello Stato Ebraico.

E allora, quando certi moralisti e certi capi di Stato chiedono a Israele di fare ulteriori rinunce per arrivare alla pace, non sanno quello che dicono, non sanno quello di cui stanno parlando oppure sono in palese malafede. Se lo sapessero farebbero di tutto per pretendere almeno il riconoscimento dello Stato Ebraico come condizione preliminare prima ancora di iniziare qualsiasi discorso di pace. Ma siccome questo non è possibile perché dall’altra parte non c’è nessuno intenzionato a riconoscere Israele come Stato Ebraico, le possibilità di pace sono praticamente a ZERO.

E cosa c’è quando manca la pace? Ci può essere solo la guerra. Per gli arabi è una “guerra santa”, per i persiani è una “guerra di conquista” volta a togliere di mezzo l’unico ostacolo al loro espansionismo in Medio Oriente, per i cosiddetti “pacifisti” è una “guerra razziale” contro l’ebreo, ma per Israele è una “guerra per la sopravvivenza”.

Nel corso dei sui 60 anni di vita Israele ha solo fatto guerre difensive. Gli israeliani hanno difeso il loro Diritto ad esistere da ripetuti e violenti attacchi senza mai (e dico mai) attaccare per primi. Anche oggi Israele è costretto a difendersi dagli attacchi di chi lo vuole distruggere e per farlo userà tutti i mezzi a sua disposizione.

Forse, alla fine, l’unico mezzo per arrivare ad una pace stabile in Medio Oriente è la distruzione dei nemici di Israele, di coloro cioè che non vogliono veramente quella Pace tanto declamata e spesso usata a pretesto per interessi che con la stessa pace centrano poco. Ecco perché, ora, non è tempo di parlare di pace con i nemici di Israele che continuano ad accerchiare lo Stato Ebraico al solo scopo di distruggerlo. Solo quando si accetterà che Israele esiste, allora e solo allora sarà tempo di pace.

Franco Londei

1 Comment

  1. L’unica possibilità che ha Israele per continuare a sopravvivere è l’astenersi da qualsiasi trattativa di pace senza il riconoscimento dello Stato di Israele.
    Dare continuamente prova di cercare accordi di pace, non ha fino ad oggi premiato gli sforzi israeliani, perciò d’ora innanzi si cambi politica.
    Non saranno certi l’ANP e Hamas a riconoscere lo Stato israeliano nemmeno su consiglio di Pisapia, quindi mettiamoci il cuore in pace e rafforziamo i nostri confini.