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Kurdistan: forse non è proprio il momento migliore

Sono da sempre un fervente e accanito sostenitore della indipendenza Kurdistan, su questo chi mi segue da anni e mi conosce può far da testimone. Tuttavia questa volta debbo esternare i miei dubbi sul referendum che lunedì prossimo porterà milioni di curdi a scegliere la strada che dovrà seguire questo popolo soggiogato da secoli e diviso tra quattro Stati.

I miei dubbi non sono chiaramente riferiti all’opportunità o meno che il Kurdistan diventi uno Stato indipendente quanto piuttosto sulla tempistica. Mio malgrado mi trovo d’accordo con il Presidente americano il quale sostiene di appoggiare senza se e senza ma l’indipendenza del Kurdistan ma che questo non è il momento più adatto per incendiare una regione già in fiamme con un referendum il cui esito appare scontato ma che potrebbe innescare tensioni fortissime con la Turchia, l’Iran e soprattutto con l’Iraq. A rischio non potrebbe esserci solamente la guerra allo Stato Islamico nella quale i curdi sono componente fondamentale e vincente, ma il rischio è che potrebbe innescarsi un ulteriore conflitto su base etnica di cui la regione non ha bisogno.

Intendiamoci, i curdi hanno tutte le ragioni per non rimandare il referendum come chiedono un po’ tutti. Da quando nel 2005 attraverso accordi con il Governo di Baghdad hanno ottenuto svariati privilegi federali che gli consentono di essere qualificati come “regione autonoma”, privilegi addirittura allargati e inseriti nella Costituzione irachena nel 2008 con l’allargamento a Kirkuk, il Governo di Baghdad quegli accordi li ha costantemente violati arrivando a compiere la violazione di ben 55 articoli della Costituzione (secondo il Governo curdo), violazioni che hanno portato diverse volte il Kurdistan sull’orlo di una guerra civile con Baghdad. Ce ne sono quindi di motivi validi per separarsi dall’Iraq. Tuttavia potrebbe non essere il momento migliore proprio per l’infuriare della guerra con lo Stato Islamico, che sembra avviata a una conclusione positiva, ma soprattutto perché la regione sta assistendo a grandi e complessi cambiamenti degli equilibri di potere che potrebbero ben presto trasformarsi in ulteriori conflitti. Di un altro conflitto non se ne sente quindi la necessità.

Se dipendesse da me darei subito l’indipendenza al Kurdistan solo per fare un dispetto alla Turchia e all’Iran, figuriamoci quindi se non ne sono a favore. Credo però che anche a livello tattico (o forse soprattutto a livello tattico) non sia il momento migliore. I curdi hanno aumentato il loro peso regionale proprio con la durissima guerra allo Stato Islamico dimostrando ancora una volta di essere una potenza, ma non potrebbero reggere uno scontro frontale diplomatico e forse militare con Turchia, Iran e Iraq contemporaneamente. Non ora, sarebbe un vero suicidio. E di certo il Kurdistan non potrebbero contare su un massiccio aiuto da parte di Israele, unico Paese ad essersi chiaramente schierato a favore del referendum. Gerusalemme non sarebbe in difficoltà a fornire sostegno diplomatico al Kurdistan, ma quello militare si, soprattutto in un momento nel quale le tensioni con l’Iran e con Hezbollah si fanno veramente forti. E per il momento i curdi non possono nemmeno sperare in un maggior sostegno da parte americana, soprattutto a livello militare.

Non basta essere determinati, forti e senza paura per affrontare una situazione come quella che si prospetta subito dopo il referendum, serve essere supportati pesantemente, serve avere sostegno militare e diplomatico, cosa che il Kurdistan oggi non ha.

Ecco perché, pur rimanendo un fervente sostenitore della indipendenza del Kurdistan, credo che rinviare il referendum a tempi migliori e soprattutto dopo essersi pesantemente rinforzati anche militarmente, sarebbe la decisione più saggia che il Kurdistan potrebbe prendere. Poi ognuno è libero di pensarla come vuole.