C’è un episodio non secondario che rende benissimo l’idea del doppiopesismo della comunità internazionale (e della stampa occidentale) sulle questioni che riguardano i palestinesi rispetto a questioni di Diritto ben più importanti della risibile, per quanto costosa, diatriba sullo Stato palestinese: il 15 luglio scorso è stato deciso di dare il via all’istituzione di una autonomia democratica curda nel sud est della Turchia con capitale a Diyarbakir.

Naturalmente la stampa internazionale non ne ha fatto menzione nonostante ci si trovi di fronte ad una decisione politica di estrema importanza che riguarda uno Stato fondamentale negli equilibri del Medio Oriente come la Turchia. Il silenzio della stampa e delle istituzioni internazionali non è casuale. Infatti sarebbe fin troppo facile per qualsiasi lettore o cittadino europeo fare il confronto tra le legittime rivendicazioni di un popolo come quello Curdo, formato da 18 milioni di persone che da millenni esiste e viene oppresso,  da quelle risibili di due milioni di palestinesi residenti in Giudea e Samaria che esistono come popolo dal 1946 e solo perché qualcuno ha pensato che sarebbe stato utile la creazione di un popolo antitetico a quello ebraico.

Il bello (o il brutto) del silenzio internazionale su questa importantissima decisione politica presa dalla dirigenza curda non sta solo nel fatto che un confronto tra le due questioni, quella Curda e quella palestinese, sarebbe a dir poco impietoso, ma sta soprattutto nel non riferire i mutamenti che detta decisione porta all’interno del califfato turco e le possibili ricadute su gli altri Stati che vedono una forte presenza Curda al suo interno, Siria, Giordania, Iran e Iraq.

Il Premier turco, Tayyip Erdogan, che si era posto come obbiettivo primario quello del rilancio del califfato turco in Medio Oriente, si è visto nel volgere di poco tempo rendere innocue tutte le frecce che aveva nell’arco, a partire da quella di un allontanamento da Israele fortemente voluto dalla nomenclatura islamica turca. A un allontanamento dalle posizioni di amicizia con Israele non è corrisposto infatti un avvicinamento dei Paesi arabi alla Turchia come invece Erdogan aveva previsto. Anzi, la particolare amicizia turca con l’Iran ha sollevato nei Paesi Arabi forti sospetti e un senso di “non fiducia” nei confronti della Turchia che ha portato ad un costante allontanamento di Arabia Saudita e Paesi del Golfo dalle posizioni turche. Ora, questa tegola della creazione di una autonomia Curda che in qualche modo non viene ostacolata dai paesi Arabi come invece avveniva prima e che anzi viene avvallata grazie all’interessamento dei Curdi iracheni, mette il Premier turco nella difficile situazione di dover da un lato continuare a sostenere la creazione di uno Stato Palestinese e dall’altro opporsi alla creazione di una autonomia Curda basata sugli stessi principi che si vorrebbero applicare ai palestinesi, ma moltiplicati per mille. Una posizione e un confronto imbarazzante per lui e per tutti coloro che sostengono la questione palestinese come, per esempio, l’Iran e la Siria che hanno al loro interno fortissime minoranza Curde.

Ma l’imbarazzo non è solo per la Turchia, l’Iran e la Siria (dove i Curdi sono in prima fila nel contrasto al regime), ma anche per la comunità internazionale che da decenni evita accuratamente di affrontare la questione del popolo Curdo e del territorio del Kurdistan occupato da Turchia, Iran, Siria e Giordania (in Iraq i Curdi hanno una certa autonomia raggiunta dopo la caduta di Saddam Hussein). Se infatti si chiede con tanta veemenza uno Stato palestinese basato sul concetto che i palestinesi sono un popolo e che quindi abbiano Diritto ad un loro Stato, non si vede il motivo per cui non si debba fare altrettanto per un popolo come quello Curdo, numericamente molto più grande di quello palestinese, esistente da millenni sia come etnia che come lingua, palesemente oppresso e occupato da ben quattro Stati.

Da questo imbarazzo nasce il tentativo di “silenziare” l’iniziativa politica curda volta a garantire una autonomia del territorio del Kurdistan turco, primo passo verso una vera indipendenza del Kurdistan che parta dall’unione del territorio del curdo- iracheno con quello del Kurdistan turco (non più ostacolata dai Paesi arabi) fino alla totale riunificazione di tutto il Kurdistan. E si perché un iniziativa politica come quella implementata dalla dirigenza curdo-turca non è facile da contrastare (anche mediaticamente) come una ribellione armata simile a quella del PKK, proprio perché politica e non violenta, mirata a chiedere un Diritto che viene riconosciuto dalla Stessa Turchia ad un altro popolo (quello palestinese). Ed è chiaro, in un momento in cui il mondo si appresta a iniziare la campagna mediatica pro-palestinese, una richiesta come quella Curda può davvero essere devastante per i sostenitori palestinesi.

Sarah F.

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