Immigrazione: il buonismo, il cattivismo e… il realismo

Non puoi indignarti per l’Arabia Saudita ai vertici dell’organismo ONU per i Diritti Umani e poi dire che i campi di detenzione in Libia vanno bene. Come d’altro canto non puoi pretendere che si accetti una immigrazione senza alcuna regola. Tra il buonismo e il cattivismo sarebbe utile mettere un po’ di sano realismo

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Ormai tra buonismo e cattivismo sulla immigrazione è scontro all’arma bianca. Sono saltati tutti gli standard del dialogo tra persone intelligenti. Estremisti da un lato e dall’altro si sfidano a suon di post, fake news, meme virali ecc. ecc. Saltano amicizie durate anni, si confondono le ideologie e le religioni. Tutti ringhiano con la bava alla bocca pronti a sostenere con ogni mezzo la loro inopinabile opinione.

A farne le spese è il sano realismo, come d’altro canto succede sempre quando di mezzo c’è uno scontro tra estremi. Per esempio, è realistico parlare di “invasione” quando i numeri reali sulla immigrazione, specie se confrontati con altre realtà, ci dicono che non c’è nessuna invasione? E’ forse realistico, per passare dalla parte opposta, chiedere l’abolizione dei confini e l’apertura a una immigrazione senza regole? E ho fatto solo due dei tanti esempi che si potrebbero fare sullo scontro tra buonismo e cattivismo.

La realtà è che questo problema epocale non lo si può discutere ed affrontare sui social. Non ci si può affidare alle ricette del panettiere sotto casa o della casalinga con la smania di sfogarsi su Facebook. Non si può essere tutti esperti di cooperazione allo sviluppo o di flussi migratori, non si può generalizzare o addirittura alterare il concetto di “Diritti Umani” o di “protezione umanitaria”. E guardate che non parlo di una sola parte in causa ma di tutte e due.

Il cattivismo è il risultato di un cattivo buonismo, se non capiamo questo allora è inutile affrontare l’argomento. La percezione distorta di “invasione” è il frutto di un permissivismo portato agli estremi, permissivismo che è diventata immancabilmente l’arma di sfondamento del cattivismo.

Il concetto stesso di invasione è stato distorto. Invasione è ritrovarsi dalla sera alla mattina con 250.000 persone che fuggono dalla guerra e che bussano (letteralmente) alla tua porta. Invasione è trovarsi, come sta avvenendo ora nella piccolissima Uganda, con oltre un milione di profughi in fuga dal Sud Sudan. Invasione è quello che stanno subendo Giordania e Libano a causa della guerra in Siria. Invasione non è di certo quello che sta avvenendo in Italia.

Poi possiamo discutere sul fatto che quelli che arrivano in Italia non sono in maggioranza profughi e non scappano dalle guerre, possiamo discutere sul concetto di migrazione controllata, possiamo anche dire che noi non li vogliamo comunque a prescindere, ma parlare di invasione vuol dire distorcere (e non di poco) la realtà.

Perché il realismo ora più che mai è importante?

Il realismo è importante soprattutto per non creare false paure che poi spingono (purtroppo) gli imbecilli ad atti violenti come quelli che stiamo vedendo in questi giorni nei confronti di chi si ritiene “diverso”, ma anche per affrontare la questione della immigrazione in maniera strutturale e non come se fosse una emergenza. Quante volte abbiamo sentito dire «aiutiamoli a casa loro»? E cosa si è fatto realmente per aiutarli a casa loro? Qualche progetto di emergenza qua e la che come sembra diventa assistenzialismo. Io lo odio l’assistenzialismo perché finisce sempre per impedire lo sviluppo alimentando la corruzione e lo sperpero di denaro senza mai affrontare il vero tema, che non è proprio una cosuccia da niente, cioè impedire che partano.

Ma impedire che partano non significa impedire che partano dalla Libia, perché quando sono arrivati in Libia dopo aver attraversato il deserto del Sahara (dove ne muoiono più che nel Mediterraneo, ma occhio non vede cuore non duole) si ritrovano nell’inferno dei centri di detenzione libici in attesta di essere caricati come bestie su gommoni che affondano dopo un Km. Non c’è né umanità né una logica nell’impedire che partano dalla Libia, anche perché questi disperati non li fermi. Occorre invece creare le condizioni per le quali non partano dai loro paesi d’origine. E questo obiettivo non lo si raggiunge con l’assistenzialismo ma con una strategia di sviluppo studiata per il medio e lungo periodo.

Quando nei primi anni duemila si diceva che senza una strategia di sviluppo ci saremmo ritrovati con milioni di persone che avrebbero bussato alle nostre porte e già si parlava di una strategia per limitare l’immigrazione irregolare, ci davano dei pazzi e tagliavano quasi completamente i fondi per la cooperazione allo sviluppo. Oggi paghiamo quella cecità di allora. Questo è realismo, non è né buonismo né cattivismo.

Il frutti della cecità di allora li vediamo oggi nel buonismo da un lato e nel cattivismo dal lato opposto. O addirittura li vediamo insieme nel momento in cui ascoltiamo le stesse persone che il giorno prima criticavano le Nazioni Unite per aver messo l’Arabia Saudita ai vertici della Commissione Onu per i Diritti Umani, affermare il giorno dopo (anche con una certa nonchalance) che i porti libici sono sicuri. E’ un concetto “variabile” di Diritti Umani che onestamente fa ribrezzo.