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Israele reagisca e l’Italia lo appoggi

Confesso che sono molto preoccupato per la piega che sta prendendo l’accerchiamento, mediatico e fisico, a Israele. Sono preoccupato del fatto che il Presidente americano stia in silenzio mentre il nuovo “Salah al-Din” turco prende le redini delle rivolte islamiche (basta chiamarle Primavere arabe, sono rivolte islamiche), sono preoccupato della sfrontatezza palestinese – supportata da molti in occidente -nel dettare condizioni a Israele, come se fosse nomale il debole detti condizioni a chi non lo è nemmeno a livello morale.

Chi segue, anche distrattamente, le questioni medio-orientali non potrà fare a meno di vedere come il mondo islamico stia approfittando della debolezza  americana per cercare di fare i conti con l’unico Stato democratico che si frappone tra loro e il mondo libero: Israele.  Quelle che i buonisti sinistri de noantri hanno chiamato “primavere arabe” si sono rivelate in breve per quello che sono in realtà, delle rivoluzioni islamiche in tutto e per tutto. E’ stato fatto lo stesso errore che si fece quando gli iraniani cacciarono lo Scià e tutti gioirono per la “nuova democrazia persiana”. Abbiamo visto com’è andata a finire.

Adesso la situazione si ripete. In Egitto comandano i Fratelli Musulmani e ieri Tantawi è finalmente uscito allo scoperto dicendo che vuole mettere in discussione il trattato di Camp David. In Tunisia non si sa chi comanda né chi comanderà, ma il timore che prendano il potere gli estremisti islamici è forte. In Libia la cosa è tutta da decidere ma anche da quelle parti qualche timore c’è. Nei giorni scorsi mi ha scritto una persona dell’opposizione libica che vive in Italia (il nome non lo dico perché non gli ho chiesto il permesso e la privacy è la privacy) che nel contestare molto educatamente alcune mie affermazioni sulla Libia mi assicurava che la “nuova Libia” non sarebbe stata preda dell’estremismo islamico. Spero vivamente che abbia ragione e che un domani si possa bere insieme un caffè in un democratico bar di Tripoli, così come da lui auspicato. Ma il timore, almeno per ora, rimane. Timore che oltretutto è aggravato dal fatto che un certo Erdogan, sembra con la benedizione di Obama, cerchi di mettere le mani sulla Libia cercando di far passare l’idea di una “forza di pace turca”.

Ed è proprio il nuovo Salah al-Din turco a preoccuparmi maggiormente. In una intervista al New York Times il dittatore iraniano, Ahmadinejad, metteva la Turchia tra i principali alleati dell’Iran. La cosa dovrebbe quantomeno far pensare dato che la Turchia è membro della NATO, conosce tutti i piani, le armi, i sistemi di difesa e probabilmente è anche al corrente dei dettagli del piano strategico della NATO in caso di attacco a Israele. E siccome le ultime mosse turche non fanno prevedere nulla di buono, se fossi negli alti ufficiali della NATO qualche notte insonne la passerei.

Giusto per ricapitolare in breve (molto in breve) le ultime mosse turche, basta ricordare che Ankara ha praticamente detto che scorterà qualsiasi nave che cerchi di forzare il blocco su Gaza, peraltro riconosciuto legittimo dall’Onu con il “rapporto Palmer”. Ha poi affermato che la sua marina militare impedirà a chiunque di trivellare al largo dell’Isola di Cipro con qualsiasi mezzo (i giacimenti di gas fanno gola a tutti) e infine a iniziato strane manovre intorno all’isola greca di Kastelorizo scatenando nei greci il timore di una imminente invasione dell’isola stessa. E’ un atteggiamento estremamente aggressivo che se portato avanti fino in fondo non potrà non sfociare in uno scontro armato con Israele. In fondo è quello che tutti gli islamici del Medio Oriente chiedono al nuovo Salah al-Din turco ed è quello che Erdogan ha fatto intendere alle acclamanti folle arabe d’Egitto. Poi c’è quella insistente richiesta ai Paesi Arabi (e non) di appoggiare la richiesta palestinese di riconoscimento all’Onu, quasi un ultimatum più che una richiesta. Insomma, la Turchia sta velocemente soppiantando l’Iran in testa alla lista dei nemici di Israele.

E in tutto questo cosa fanno l’America di Obama e l’Europa? Niente, assolutamente niente. Chissà, forse perché troppo presi dai problemi economici oppure perché estasiati dalle finte primavere arabe. Fatto sta che non si muove foglia.

La cosa è grave, perché si accetta senza fiatare un cambio degli equilibri in Medio Oriente che non potrà che portare guai a tutto il mondo perché, è bene ricordarlo, quello che succede in Medio Oriente si ripercuote immancabilmente in Europa e in tutto il mondo. Questo lo dovrebbero sapere a Washington e a Bruxelles.

In questo contesto l’Italia dovrebbe far valere il suo peso. Il Ministro degli Esteri non può lasciarsi condizionare dalla Ashton e non parlare chiaro sulla posizione italiana in merito alla richiesta palestinese all’Onu. Sebbene altamente screditata, l’Italia è pur sempre la potenza europea più importante nel Mediterraneo. Dobbiamo far valere questo peso. Persone importanti come Fiamma Nirenstein devono mettere in campo tutto il loro peso per inquadrare la politica italiana nella giusta direzione, quella cioè della difesa ad oltranza dell’ultimo baluardo della democrazia e del mondo libero in Medio Oriente: Israele.

Infine, una piccola critica al Governo israeliano. Non si può rimanere inerti di fronte a questo attacco, a questo vero e proprio accerchiamento. E’ il momento che Israele mostri i suoi muscoli e che valuti la possibilità di colpire i suoi nemici, prima che i suoi nemici colpiscano Israele. Aspettare gli eventi potrebbe essere l’errore più grande che Gerusalemme possa fare.  Le intenzioni dei nemici sono chiare, non c’è nessuna interpretazione da fare, nessuna possibilità di risolvere la questione con le buone o sperando in un intervento americano (almeno fino a quando ci sarà Obama). Israele reagisca.

Franco Londei

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Franco Londei

Politicamente non schierato. Voto chi mi convince di più e questo mi permette di essere critico con chiunque senza alcun condizionamento ideologico. Sionista, amo Israele almeno quanto amo l'Italia

2 Replies to Israele reagisca e l’Italia lo appoggi

  1. condivido in larghissima parte quanto da lei detto, salvo che non c’è “nessuna possibilità di risolvere la questione con le buone”.
    Io continuo a sperare che una soluzione pacifica ci sia perché diversamente sarebbe l’apocalisse. Spero soprattutto che la diplomazia internazionale si adoperi affinchè si trovi questa soluzione pacifica.
    Mi rendo conto che non è facile e che in Israele percepiscono con chiarezza che si parla delle loro sopravvivenza, ma credo che si debba fare di tutto per evitare che la questione degeneri in una guerra aperta
    Roby Giusti

  2. E’ giusta tutta l’analisi di Franco Londei, compresa la conclusione. Impossibile tuttavia andare oltre l’auspicio che Israele sia in grado di difendersi anche militarmente. Certamente il Governo di Gerusalemme avrà valutato tutte le opzioni. Credo però che ci siano , come se non bastasse, ulteriori elementi di pessimismo. L’isolamento politico di Israele è quasi concluso. E questo isolamento è soprattutto opera degli Stati Uniti di Obama e di quasi tutti i paesi europei. E’ a questi che bisogna chiederne conto. Sia gli Stati Uniti che la maggioranza dell’Unione Europea, in sostanza, mi pare indirizzino la trattativa verso uno scenario inaccettabile: ritorno ai confini del 67, espulsione graduale, ma certa degli ebrei dalla Cisgiordania (uso il nome corrente) , trattativa sul diritto di rientro dei cosiddetti profughi nel territorio di Israele (cinque milioni di persone) . Non credo neppure che stiano intendendo una soluzione bilanciata tra gli ultimi due punti. No: espulsione certa e diritto di rientro da negoziare. Quindi Israele deve negoziare solo quest’ultimo, il resto deve essergli imposto. Ho letto che Francia e Spagna hanno cercato di trattare con Abu Mazen queste precise soluzioni, insieme ad altre che non cambiano la sostanza . E queste soluzioni dovrebbero far parte del testo da sottoporre alle Nazioni Unite. Mi auguro che la notizia non sia fondata Quello che ho capito sicuramente è che Abu Mazen non si è impegnato su niente con Francia e Spagna neppure in questo caso. Quindi avrebbe ostacolato lui stesso una soluzione che, almeno in quei termini, sarebbe per i palestinesi favorevolissima! Se è così, si conferma che Abu Mazen, come suo costume, non ama troppo le definizioni, per cui si spezza ma non si spiega Tornando a ciò che dovrebbe fare Israele. Il percorso è obbligato: rifiutare soluzioni quali quelle prima prospettate e … resistere, resistere, resistere, rilanciando le sue condizioni con tutta la determinazione che ha sempre mostrato, senza ascoltare il canto delle sirene. L’augurio è che sia in grado di farlo e che questo induca a qualche mutamento di atteggiamento in chi se lo può permettere . In fondo Obama , se pone il veto al riconoscimento dello Stato palestinese, si aliena le simpatie degli arabi e degli islamici. Tanto vale per lui prenderne atto senza inutili recuperi. Infine può anche darsi che il prossimo anno vada alla Casa Bianca un personaggio come il Governatore del Texas.

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