Soldato israeliano condannato: Israele ostaggio di se stesso

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La notizia della condanna per omicidio colposo del soldato israeliano che tempo fa aveva sparato a un terrorista arabo dopo che lo stesso aveva compiuto un attentato lascia un senso di impotenza e rischia di compromettere seriamente i parametri di difesa dei soldati israeliani.

Ho l’impressione che il soldato israeliano condannato sia vittima della voglia di Israele di dimostrare quanto sia democratico lo Stato Ebraico. OK, ha sparato a un terrorista a terra, forse (e sottolineo forse) poteva fare diversamente, ma bisognerebbe essere nei panni di un soldato che ha appena visto quel terrorista palestinese accoltellare un israeliano, un terrorista che a terra si sta muovendo come se avesse un giubbotto esplosivo. Dobbiamo pensare a quanta adrenalina viene pompata in corpo in quei momenti. Gli ha sparato per non rischiare la sua vita e quella dei suoi commilitoni. Cosa c’è di strano? Stiamo parlando di un terrorista arabo non di uno stinco di santo o di una persona innocente.

Lo so, c’è la Convenzione di Ginevra, c’è la legge internazionale che dice che così non si fa, ma veramente pensate che in quei momenti in cui si è appena visto un terrorista arabo compiere un attentato uno pensi alla Convenzione di Ginevra?

Diciamolo, la condanna del soldato israeliano è una condanna politica, tutta politica. Dovevano condannarlo perché altrimenti il mondo sarebbe insorto se lo avessero giustamente assolto. Dovevano condannarlo per dimostrare che Israele è una democrazia, che Israele è diverso da quelli che festeggiano in strada quando qualcuno ammazza un israeliano. Ma cosa credono di ottenere? Pensano forse che chi odia Israele lo odierà di meno? Pensano di convincere che ha dei pregiudizi? Ma figuriamoci…

Israele è un Paese democratico e non aveva nessun bisogno di dimostrarlo, doveva invece dimostrare di saper tutelare i suoi militari che ogni giorno rischiano la vita per difendere la popolazione e non lo ha fatto. E’ un peccato, una occasione persa per ribadire il concetto che ad attaccare Israele ci si rimette sempre.