Continua la guerra delle dichiarazioni tra Nord e Sud Sudan in merito al prossimo referendum per l’autodeterminazione del Sudan meridionale che si terrà il 9 gennaio 2011. Ora Khartoum, nel tentativo di rinviare il referendum, mette sul tavolo la questione della demarcazione dei confini che si va ad aggiungere alla spinosa questione di Abyei.

L’altra spinosa questione sul tavolo è quella che riguarda la regione di Abyei. Lo scorso anno il Tribunale Internazionale d’Arbitrato ha stabilito la divisione della regione tra Nord e Sud Sudan. La parte nord, ricca di giacimenti petroliferi e abitata dalle popolazioni nomadi arabe dei Missiriyah, è stata attribuita al Nord, mentre la parte a sud, molto fertile e abitata dalle popolazioni nere e stanziali dedite all’agricoltura dei Ngok Dinka, è stata attribuita al Sudan Meridionale. Saranno quindi solo i Ngok Dinka a partecipare al referendum per l’autodeterminazione del 9 gennaio 2011. La cosa non sta bene ai Missiriyah che, debitamente incentivati da Khartoum, pretendono di partecipare al referendum. Una divisione della regione di Abyei tra Nord e Sud Sudan, infatti, vorrebbe dire per loro l’impossibilità di spostare le greggi nelle fertili terre meridionali abitate e coltivate dai Ngok Dinka. Nei mesi scorsi la questione è stata alla base di diversi sanguinosi scontri tra le due etnie. Domani le parti (governi del Nord e Sud Sudan)si riuniranno ad Addis Abeba per cercare di trovare una soluzione alla questione. Il Nord pretende che i Missiriyah partecipino al referendum, mentre il Sud Sudan pretende l’applicazione di quanto deciso dal Tribunale Internazionale e non riconosce ai Missiriyah il Diritto a partecipare al referendum in quanto “ufficialmente residenti nel Nord Sudan”.
La questione di Abyei unita a quella della demarcazione dei confini rischia quindi di incendiare ulteriormente una situazione già tesissima. In tutto questo bisogna far notare la pressoché totale assenza della comunità internazionale con l’Onu in testa a tutti. Fatte salve alcune dichiarazioni di forma, né l’Onu né l’Unione Europea e le altre strutture internazionali sembrano preoccuparsi dell’escalation della tensione a cui si assiste in queste ultime settimane, una escalation che per il momento è solo verbale ma che rischia di degenerare con gli eserciti che sono schierati su due linee pericolosamente vicine.
Claudia Colombo