A sei mesi dal referendum che dovrà sancire la secessione del Sud Sudan da Khartoum la situazione tra il Governo centrale sudanese e il Governo provvisorio di Juba è tesissima. Dopo cinque anni di relativa pace (accordo di pace di Nairobi del 2005) le parti non hanno ancora raggiunto un accordo su due dei punti più importanti: la divisione delle risorse e i confini territoriali.

Per cercare di risolvere definitivamente e, soprattutto, pacificamente la questione oggi partiranno una serie di colloqui tra importanti membri del National Congress Party (NCP), cioè il partito al potere in Sudan, e il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), cioè il partito al potere nel Sudan Meridionale. I problemi sul tavolo sembrano però insormontabili. Il partito del Presidente Bashir pretende l’applicazione della sentenza della Corte Internazionale d’Arbitrato mentre il SPLM pretende l’applicazione degli accodi di Nairobi e rivendica il Diritto di proteggere le popolazioni Nuba e le altre etnie minori presenti nelle due aree contese. Alle spalle dei due contendenti non mancano le pressioni internazionali per il raggiungimento di un accordo ma nel contempo non manca neppure chi soffia sul fuoco del conflitto. Gli interessi in ballo sono colossali e non solo legati al petrolio. L’area infatti è importantissima anche sotto l’aspetto geo-strategico (come tutte le aree che dividono due mondi completamente diversi) e sotto la cenere covano conflitti segreti tra diverse potenze esterne e contrapposte interessate ad avere il controllo delle aree strategiche africane. In questo contesto si inseriscono diversi fattori destabilizzanti. Uno e la guerra nel vicino Darfur. Il JEM usa infatti queste aree come una sorta di trampolino di lancio per i suoi attacchi o come zona relativamente sicura dove potersi ritirarsi. Poi ci sono i continui attacchi dei pastori arabi che negli ultimi mesi hanno provocato centinaia di vittime e qualche decina di migliaia di sfollati. Infine ci sono le scorribande dei pastori nomadi di etnia Dinka che dal sud si spingono nelle fertili aree dei Monti Nuba distruggendo i raccolti delle popolazioni stanziali e provocando molto spesso sanguinosi scontri a fuoco. Questi “fattori destabilizzanti” spingono gli eserciti del Nord e del Sud a intervenire periodicamente nell’area per motivi volta per volta differenti (la protezione dell’una o dell’altra etnia, il contrasto al JEM ecc. ecc.) portando spesso i due eserciti a sfiorarsi pericolosamente.
In questo quadro piuttosto complesso si muovono gli organismi internazionali, dalle Nazioni Unite, incapaci di prendere una posizione chiara tra i due contendenti, all’Unione Africana passando per l’Unione Europea e per le grandi potenze (USA e Cina sopra tutti ma anche Iran, Israele e le potenze regionali, Kenya, Etiopia, Uganda ed Eritrea) che a vario titolo e per ragioni non sempre convergenti vorrebbero “infiltrarsi” negli accordi. E’ chiaro quindi come la situazione sia estremamente labile e come il rischio che saltino tutti gli accordi sia estremamente reale.
Una soluzione potrebbe essere quella proposta da una coalizione di organizzazioni umanitarie e per la difesa dei Diritti Umani (tra le quali Secondo Protocollo) che nei giorni scorsi ha presentato alle parti una base di accordo che prevede la semi-autonomia per le aree contese (in sostanza tutta la regione del South Kordofan) con la divisione tra Nord e Sud Sudan dei profitti provenienti dalla vendita delle risorse e il controllo militare dell’area affidato ad un contingente dell’Unione Africana, il tutto per un periodo di cinque anni dopo di che, come per il Sudan Meridionale, sarà la popolazione a decidere se andare con il Nord o passare a far parte del Sudan Meridionale. Naturalmente l’accordo prevede un sostanziale controllo legislativo di Khartoum con l’eccezione dell’applicazione della Sharia così come richiesto dalla maggioranza della popolazione Nuba. La proposta ha trovato stranamente d’accordo diversi importanti personaggi dell’opposizione sudanese tra i quali (veramente strano) Hassan al-Turabi. Anche diversi influenti esponenti del National Congress Party sembrano ben disposti a discutere una soluzione del genere, pur con diverse modifiche. Favorevoli il Sudan People’s Liberation Movement e le opposizioni meridionali. Un accordo del genere permetterebbe di disinnescare una bomba pronta ad esplodere e darebbe la possibilità al Sud Sudan di svolgere regolarmente il referendum per l’autodeterminazione rimandando il problema della divisione delle risorse e della delimitazione dei confini. Come detto, da oggi ne discuteranno le delegazioni di NCP e SPLM riunite a Khartoum, ma un compromesso del genere sembra l’unica via d’uscita per evitare una sanguinosa guerra tra Nord e Sud Sudan e per tagliare fuori tutti quei “soggetti esterni” diversamente interessati alla vicenda.
Secondo Protocollo
