Ieri Netanyhau ha fatto un ragionamento che noi facemmo qualche tempo fa: Israele si trova davanti ad un dilemma che nessun altro Paese al mondo ha: sopravvivere o morire. Il Premier l’ha detta in maniera più dura, ma il concetto è sempre lo stesso: uccidere o essere uccisi. Il Primo Ministro israeliano ha pronunciato questa frase dopo che da Gaza sono piovuti diversi missili e che per l’ennesima volta oltre 50.000 bambini israeliani sono stati costretti a rinunciare alla scuola a causa del pericolo proveniente dall’enclave palestinese. Qualche benpensante occidentale (i soliti) ha inteso subito questa frase di Netanhyau come una minaccia a Gaza, ma non è così. Assomiglia di più ad una constatazione e ad una presa di coscienza che ormai la realtà è drammaticamente e irrevocabilmente questa. O si fa fuori definitivamente Hamas oppure si accetta che milioni di israeliani vivano sotto la costante minaccia dei terroristi palestinesi.

Questa antifona l’hanno capita subito anche in Egitto tanto che si sono precipitati a cercare di negoziare una tregua con i terroristi di Hamas, sentendosi però ripetere che “il lancio di missili su Israele si interromperà solo quando i caccia israeliani non voleranno più sulla Palestina”, il che nel gergo di Hamas vuol dire “da tutti i cieli, compresi quelli israeliani”.

Ora, mi piacerebbe che anche in occidente si capisse che quando Israele afferma di “dover uccidere per non essere uccisi”, non fa esercizio di retorica ma afferma un dato di fatto. Mi piacerebbe che gente come la Ashton e come tutti i politici filo-palestinesi e filo-Hamas capissero che se domani si arriverà ad uno scontro finale, la colpa sarà soprattutto loro che da anni sostengono più o meno apertamente questo gruppo terrorista che è (e rimane) il più grande ostacolo alla pace in Medio Oriente.
Miriam Bolaffi

Comments are closed.