Detenuti italiani all’estero: riflessioni partendo da Ilaria Salis

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Mi sono interessato di detenuti italiani all’estero (ma anche sequestrati) fino a quando sono riuscito, cioè fino a quando la mia malattia (sclerosi multipla) me lo ha permesso.

Ho seguito con molta attenzione sui media le vicissitudini di Ilaria Salis e ho visto che in moltissimi, compresi diversi parlamentari, si meravigliavano delle sue condizioni di detenzione e, soprattutto, del fatto che fosse stata portata incatenata in tribunale, cosa che per esempio avviene anche in molti Stati “progrediti”.

La cosa mi ha stupito perché sin dai primi anni duemila la mia organizzazione aveva portato alla luce questo problema. Avevamo persino fatto una conferenza stampa alla Camera dei Deputati. Si collaborava con il Ministero degli Affari Esteri (MAE) e nel corso degli anni abbiamo assistito e riportato a casa decine di detenuti italiani all’estero.

Abbiamo avuto casi difficilissimi come quello di due ragazzi italiani in India che, completamente innocenti, si sono fatti quasi tre anni di galera in una prigione da inferno dantesco (ministro degli Esteri Franco Frattini) prima di tornare a casa, oppure persone tenute sequestrate in paesi arabi. Gente in carcere in Thailandia tenuta in condizioni oltre il disumano. Italiani detenuti in Venezuela o in Colombia assistiti solo da preti coraggiosi. All’epoca erano circa tremila gli italiani detenuti all’estero.

Noi abbiamo portato il mondo politico a conoscere questa realtà, abbiamo fatto sapere quali erano le carenze nell’assistenza. Ma a quanto pare si è perso tutto. Non mi spiego altrimenti lo stupore per le condizioni della detenzione di Ilaria Salis.

E anche il ritorno a casa di Chico Forti è piuttosto “sopra le righe” e denota una scarsa conoscenza del problema perché si dice che sia stato applicato il cosiddetto “Protocollo di Strasburgo”. La cosa non mi torna perché il Protocollo di Strasburgo è un insieme di accordi bilaterali, cioè non è uguale per tutti. Il punto saliente è che in tutti i casi per essere applicato il Protocollo di Strasburgo prevede che il detenuto abbia scontato una parte della pena, quando un terzo, quando la metà e quando i tre quarti. Se non ricordo male per gli Stati Uniti dovrebbe essere un terzo della pena.

Ora, Chico Forti era stato condannato all’ergastolo, ergo non si può quantificare quanto sia un terzo della pena e quindi non è applicabile il Protocollo di Strasburgo. Quindi alla base del suo trasferimento ci deve essere un accordo specifico e unico.

Ho fatto questo pippone su Chico Forti per dire che in Italia sono pochissimi a conoscere il problema dei detenuti italiani all’estero, tra questi quasi nessuno (se non nessuno) facente parte della classe politica.

Cosa fare quindi se avete un vostro parente, amico o altro detenuto all’estero?

  1. Contattare la Direzione Generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie al Ministero degli Affari Esteri
  2. Pretendere che contattino il Consolato competente e chiedano una visita consolare al detenuto. Attenzione, non perdete tempo a chiamare l’Ambasciata del paese dove il vostro caro è detenuto. L’ambasciata non può fare niente. La competenza è del Consolato.
  3. A volte i Consoli non sono altro che Consoli onorari, specialmente in quei paesi dove i consolati sono pochi o assenti. Si tratta quindi di semplici persone, magari con una attività nel paese che sostituiscono il Console. Bene, nel 99% dei casi o non sono competenti oppure se ne disinteressano. Se il caso è questo allora chiedete l’invio di una persona dall’ambasciata, anche se deve fare qualche centinaio di Km. È un vostro Diritto.
  4. Per i consolati i detenuti italiani all’estero sono molto spesso una seccatura. Tendono quindi a inventarsi scuse per non fare quello che devono. Non vi fate abbindolare da scuse varie. Devono fare il loro dovere, sono pagati per questo e siete voi cittadini a pagare il loro stipendio. Non abbiate paura di essere cattivi. Pretendete che facciano il loro lavoro.
  5. Fino al processo o se ci sono problemi di salute del detenuto la visita consolare deve essere ripetuta almeno una volta al mese e l’incaricato deve avanzare le richieste necessarie al direttore della prigione o alle autorità preposte. Una visita consolare ben fatta può valere più di qualsiasi altra cosa per il benessere del detenuto.
  6. Non interferite mai con le legislazioni dei paesi dove è detenuto il vostro caro. Per esempio, non fate l’errore fatto con Ilaria Salis. Rischiate seriamente di peggiorare la situazione specialmente in Sud America e negli Stati Uniti.
  7. Ogni Consolato dovrebbe (dovrebbe) avere una lista di avvocati locali affidabili. Non andate a caso, sceglietene uno da quella lista.