Franco Londei

Politicamente non schierato. Sostengo chi mi convince di più e questo mi permette di essere critico con chiunque senza alcun condizionamento ideologico. Sionista, amo Israele almeno quanto amo l'Italia

Post navigation

3 Comments

  • Già, a chi giova?
    Se si vuole capire un comportamento, é spesso utile individuare quale problema questo comportamento intenda risolvere.
    E’ ovvio che gli USA non si illudono certamente che sia possibile trovare un accordo definitivo, che ponga fine al contenzioso israelo-palestinese.
    Anzi, chiunque può capire che inevitabilmente qualunque finto accordo parziale che si raggiunga non può che ridurre la sicurezza Israele, senza creare quella dei Palestinesi, creando per di più instabilità nell’area.
    Proprio per questa ragione é lecito pensare che il problema che Obama intende risolvere sia da collocare all’esterno della questione israelo-palestinese intesa in senso classico.
    Non solo, direi che il vero obiettivo di Obama, da cui nasce il problema é del tutto esterno alla su menzionata questione.
    Proviamo ad immaginare se non sia proprio l’ “eccesso di sicurezza” di Israele il problema che Obama intende risolvere.
    Gerusalemme ha infatti ridotto quasi a zero il terrorismo interno ed é in grado di fermare i missili, che gli piovono addosso.
    Per di più ha un PIL che é cresciuto anche durante la recessione mondiale degli ultimi anni.
    Si può quindi concludere che Israele controlla abbastanza agevolmente la zona a sinistra del Giordano e gode di un’economia di livello qualitativo altissimo, fermo restando il problema dell’atomica iraniana.
    Per capire il punto di vista della Casa Bianca, bisogna però partire dagli obiettivi finora coerentemente emersi da quando Obama si é insediato
    A) Favorire l’avvento al potere nei paesi arabi della Fratellanza musulmana.
    B) Aprire all’Iran, nell’idea che anche l’appeacement nei confronti di Teheran non pregiudichi gli interessi americani, anzi li favorisca.
    Il primo non é riuscito, ma poco importa: chiunque comandi nei paesi arabi non potrà mai divenire amico di Israele.
    Il secondo é in corso d’opera.
    Entrambi gli obiettivi relegano Israele ad un ruolo di comprimario, che deve piegarsi ad un copione che “deve” ridurre la sua sicurezza.
    Con questo artificio Israele diviene ancora più dipendente dagli USA per la propria sopravvivenza e quindi più ricattabile e piegabile ad interessi “superiori”, che potrebbero renderlo merce di scambio..
    Ma la sua scomparsa potrebbe anche non essere necessaria.
    Per Obama, credo, Israele potrebbe sopravvivere, magari anche con un po’ di terrorismo in più.
    L’importante é che non “vinca”.
    E’ ovvio pertanto che la questione israele -palestinese é usata da Obama in modo strumentale
    Probabilmente il Presidente USA pensa anche di potere gestire la conseguente accresciuta instabilità della zona, frenando le iniziative difensive di Israele e congelando l’intensità dello scontro al solo livello di terrorismo unilaterale. Tipo Gaza, male che vada.
    E’ chiaro a questo punto che nella mente di Obama l’alleanza con Israele per gli USA non é più strategica ed é addirittura scomoda.
    Con il Congresso americano che si trova di fronte non può certo dirlo.
    Il che implica che i veri scopi della politica americana sono forse oscuri pure a molti uomini della Camera e del Senato americani.
    Tuttavia il successo del piano dipenderà in buona misura anche dal fatto che sia interpretato da Teheran nel modo che Obama si aspetta e auspica, con reciproco “vantaggio” per i due Paesi.
    A questo scopo non é necessaria una vera e propria alleanza tra Iran e USA, bastano “normali , anche se non amichevoli “relazioni.
    Per il resto é mistero: bisognerebbe sapere di più, per esempio sulle prossime mosse degli USA in Afghanistan , che confina con l’Iran,e sulla necessità di buone relazioni con quest’ultimo in quello scacchiere.
    In ogni caso la politica americana é a tutto campo, per cui é difficile prevederla nelle varie direttrici.
    Certo é che che qualunque intervento militare americano, da qualunque parte, é per Obama un vero e proprio tabù: il caso Siria insegna.
    L’attuale tattica della Casa Bianca consiste nell’uso dei droni per gli irriducibili e l’accordo con i “nemici”, con i quali invece di fare guerre é meglio fare buoni affari.
    E chi può dubitarne?
    Se i “nemici” divengono “razionali”, allora questa politica si potrebbe consolidare.
    Ma come si sa, il diavolo fa le pentole , ma non i coperchi e tutto rimane aperto.
    E Israele?
    Credo che a Gerusalemme convenga cominciare a non contare più di tanto negli USA e a impostare nuove alleanze o comunque buoni rapporti a vari livelli con Russia e Cina.
    Immagino che abbia già cominciato.
    Ma soprattutto per il momento conviene resistere alle pressioni di Obama, che bisogna costringere a scoprire le carte.
    Anche a costo di rischiare di rinunciare – ma solo per iniziativa USA- ai tre miliardi di dollari annui di aiuti ,che poi alimentano in buona parte la stessa industria americana con le commesse militari.
    Bisogna vedere, però, se Obama é disposto a scoprire davvero le carte, visto che le sue probabilità di “successo” sono per il momento affidate alla sua doppiezza.

  • è un ragionamento che non fa una piega, sia per quanto riguarda l’articolo che per il commento di Milano. Proprio su questo sito qualche giorno fa si fece notare che il taglio da parte degli USA degli aiuti militari a Israele è già iniziato. I caccia israeliani dovevano essere aggiornati da ormai due anni e non lo sono stati.
    E’ logico che un Israele debole fa molto comodo a Obama per la sua scellerata politica, quello che non capisco è come il Congresso possa permettergli di fare questo tipo di politica suicida.

  • Certamente il Congresso condivide con Obama una preoccupazione cui non ho fatto cenno: le minacce del terrorismo islamico agli USA, in patria e fuori.
    E’ sicuro che anche questa preoccupazione abbia un qualche ruolo nella politica obamiana in medio oriente. E quindi andrebbe aggiunta all’analisi precedente.
    Obama vuole combattere il terrorismo islamico, senza inimicarsi o mettere in cattiva luce gli islamici.
    Infatti ha dato la disposizione da anni di chiamare questo terrorismo “terrorismo internazionale”.
    E molta stampa si é adeguata.
    Perfino alcuni giornalisti italiani come Lucia Annunziata.
    La scelta della sua politica con Israele potrebbe essere dettata dalla preoccupazione di essere sempre meno percepito come associato allo Stato “sionista”.
    E, in questa ipotesi, insistere con Israele dovrebbe facilitargli i rapporti con gli Stati islamici in chiave antiterroristica.
    Ma mi sembra un calcolo un po’ miope.
    Il terrorismo islamico globale é un nemico di tutti, anche dei paesi musulmani.
    Tale terrorismo infatti vuole realizzare il califfato, che annullerebbe gli Stati e i confini attuali con relative classi dirigenti e combatte da anni la sua guerra inserendosi nei vari teatri di guerra come sta facendo in Siria e in Iraq.
    Credo pertanto che la “delicatezza” che Obama mostra per la sensibilità islamica sia in questo caso non particolarmente utile e denota sicuramente paura e debolezza.
    Qualcuno però potrebbe considerarla preoccupazione per gli interessi americani.
    Il Congresso deve sicuramente approvare le leggi e l’entrata in guerra, ma gli USA sono una repubblica presidenziale e spettano all’Amministrazione gli indirizzi di politica estera.
    Il Presidente, infatti, avrebbe avuto anche il potere di ordinare di bombardare la Siria, in occasione della scoperta dell’uso di armi chimiche.
    Scelse di non farlo, riparandosi dietro un pronunciamento del Congresso da lui richiesto.

Comments are closed.

back to top