I maggiori Stati africani ci stanno lavorando da anni e ora sembrano molto più vicini alla meta. Si parla di “zona africana di libero scambio”, una sorta di mercato unico africano in stile Unione Europea che vada dal Cairo a Città del Capo.

L’accordo di base è stato raggiunto ieri a Johannesburg e ha visto l’adesione di 26 Paesi che attualmente sono divisi in tre “comunità economiche regionali”,  la Common Market for East and Southern Africa (Comesa), la East African Community (EAC) e la Southern African Development Community (SADC) che nei prossimi tre anni dovrebbero diventare una unica comunità economica.

Lo scopo principale non è solo quello di creare un grande mercato unico africano che comprenderebbe circa 700 milioni di persone, ma anche quello di creare una vera e propria lobby africana che gestisca gli aiuti, lo sviluppo, la costruzione delle infrastrutture e tutto ciò che concerne lo sfruttamento delle immense risorse africane. La prima fase, che comprende la libera circolazione delle merci, dovrebbe partire entro tre anni, ma il progetto prevede anche una unione monetaria e politica da implementare entro un decennio. Si  calcola che il prodotto interno lordo di questa unione commerciale africana sarà pari a 875 miliardi di dollari e comprenderà inizialmente 26 Paesi.

Nel comunicato stampa diffuso al termine del vertice, i leader africani dei 26 Paesi hanno reso noto di aver firmato un accordo di massima e di aver stilato la tabella di marcia che porterà alla implementazione di questo grande mercato unico africano. Oltre a questo i leader africani hanno stabilito i principi fondativi, i processi che porteranno alla creazione del quadro istituzionale e infine una vera e propria roadmap per l’industrializzazione e lo sviluppo africano. Le basi fondamentali, secondo quanto hanno deciso i leader africani, dovranno essere un nuovo approccio al processo di sviluppo che non dovrà più essere locale ma “continentale” dove quindi non ci sarà più un solo Pese che marcerà da solo mentre gli altri stanno al palo. E poi l’indispensabile sviluppo delle infrastrutture in modo da dare una grande spinta alla industrializzazione e ridurre i costi di impresa. Infine (forse la cosa più importante) la collaborazione tra Stati per riprendere totalmente il controllo delle immense risorse africane.

E’ chiaro che questo accordo mette indiscutibilmente il bastone tra le ruote a tutte quelle multinazionali che fino ad oggi hanno sfruttato le risorse africane senza distribuire un solo centesimo alla popolazione locale e dovrebbe mettere fine ai tanti conflitti per il controllo delle risorse, spesso finanziati proprio dalle multinazionali.

Siamo solo all’inizio di quella che il Presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha definito come “la nuova era africana” e le difficoltà sono ancora tante, ma la prima pietra della nuova casa africana è stata posata e non saranno certamente le immaginabili forti pressioni esterne a interrompere questo lungo tragitto che porterà finalmente gli africani a riappropriarsi dell’Africa.

Secondo Protocollo

2 Comments

  1. Franco Londei

    Non si può nascondere che la cosa non è affatto semplice e comunque non immune da “infiltrazioni”. Bisognerà ancora lavorarci molto e stare molto attenti

  2. Arosio Silvestro

    Mi piace L’idea, ma il tutto deve essere, fatto con una vera attenzione agli africani….. non i tanti che hanno il bastone del comando, ma sopratutto al 90% che vive ai margini della societa che troppo volte è corrotta per non dire di peggio…Parlo per esperienza avendo vissuto 12 anni in est Africa.
    Purtroppo olti leader non sanno cosa vuol dire lavorare per la democrazie, il bene comune…… insomma per gli altri che non siano il tuo stretto clan o poco più. grazie…… Silvestro