Tutta la verità su Israele e i cosiddetti palestinesi (parte seconda)

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Dopo la prima parte pubblicata lo scorso 19 gennaio proseguiamo con la nostra “operazione verità” mirata a far capire all’uomo della strada come stanno effettivamente le cose in Medio Oriente nel tentativo di dare un quadro realistico del problema israelo-palestinese.

Punto 3: gli aiuti internazionali ai “poveri” palestinesi

Come se non bastasse una organizzazione Onu dedicata unicamente ai cosiddetti palestinesi (vedi punto 2) la comunità internazionale è molto prodiga di aiuti economici diretti alla cosiddetta Palestina, aiuti quantificabili in miliardi di dollari annui che però finiscono sistematicamente nelle tasche dei leader palestinesi o nell’acquisto di armi. Non è affatto facile ottenere i dati degli aiuti destinati ai palestinesi ma noi ci siamo riusciti e ne abbiamo fatto un report che potrete trovare qui. Dal report si evince con chiarezza che i cosiddetti palestinesi ricevono aiuti finanziari in misura decisamente sproporzionata rispetto ad altre realtà in via di sviluppo e messe in situazioni decisamente peggiori di quanto non lo siano i palestinesi. Per fare un paragone semplicissimo ogni palestinese (neonati compresi) riceve dalla comunità internazionale 3.100 dollari l’anno contro i 174 dollari che riceva un cittadino della RD Congo o i 74 dollari che riceve un pakistano. Eppure le autorità palestinesi spendono per i loro cittadini solo 345 dollari l’anno per ogni singolo cittadino. Dove finiscono i restanti 2.755 dollari l’anno? Non vi fate ingannare dalle cifre che sembrano modeste per i nostri standard. In effetti sono cifre enormi per gli standard palestinesi (e per quelli di molti altri paesi), cifre che permetterebbero uno sviluppo enorme e velocissimo. Invece in decenni durante i quali la comunità internazionale ha continuato a inondare di soldi la cosiddetta Palestina non è stato costruito un solo ospedale degno di questo nome, non una scuola degna di questo nome, poche e misere infrastrutture. Nessun aiuto all’economia o alla agricoltura. La cosiddetta Palestina è rimasta lo stato arretrato che era 60 anni fa. Ma cosa fanno i pacifisti e i filo-arabi di tutto il mondo? Accusano Israele di strangolare la Palestina. Non è bastata l’evidenza dei fatti di vedere quanti soldi si era indebitamente intascato Yasser Arafat. Non basta sapere quanti soldi si intasca illecitamente Abu Mazen e non bastano i semplici conti fatti sopra, la colpa rimane di Israele. La realtà è che con tutti i fondi destinati alla cosiddetta Palestina negli ultimi decenni (e non si sa niente dei fondi arrivati dai Paesi arabi) si sarebbero potuti sviluppare adeguatamente una decina di Stati e se questo  non è avvenuto non  è per colpa di Israele ma per la dilagante corruzione dei leader palestinesi, corruzione apertamente e platealmente accettata dalla comunità internazionale che solo di recente ha iniziato timidamente a chiedere conto su che fine facciano i soldi destinati allo sviluppo palestinese.

Punto 4: il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da West Bank e Gerusalemme est

Prosegue a livello mondiale il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da aziende che operano in West Bank e a Gerusalemme est. Chi lo persegue in effetti ha ben poco a cuore il bene dei cosiddetti palestinesi dato che in quelle aziende ci lavorano decine di migliaia di arabi-palestinesi e in totale sono circa 60.000 le famiglie palestinesi che si mantengono proprio grazie a quel lavoro. Quindi il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalla West Bank e da Gerusalemme est danneggia prima di tutto i cosiddetti palestinesi. Eppure nonostante tutti siano perfettamente a conoscenza di questi dati e nonostante le molte proteste proprio da parte palestinese, gli odiatori di professione si disinteressano completamente del fatto che oltre 60.000 famiglie palestinesi siano finite sul lastrico grazie al boicottaggio e preferiscono andare avanti con la loro campagna d’odio verso Israele, una campagna che ha ben poco a che vedere con il bene dei cosiddetti palestinesi e molto a che vedere con il puro antisemitismo.

Nella prossima puntata (i prossimi giorni) parleremo del mancato riconoscimento da parte araba di Israele e inizieremo a parlare della situazione della Striscia di Gaza e degli interessi di molti leader e organizzazioni occidentali a che la situazione resti immutata. Più avanti ancora parleremo della stampa internazionale e del suo rapporto con Israele e a tal proposito invitiamo a leggere questo breve vademecum per i giornalisti.

Franco Londei

Franco Londei

Politicamente non schierato. Sostengo chi mi convince di più e questo mi permette di essere critico con chiunque senza alcun condizionamento ideologico. Filo-israeliano, anti-Trumpiano

2 Comments Lascia un commento

  1. Correggete solo quel 2004 😉 che dovrebbe essere 2005, a proposito della pulizia etnica della Striscia di Gaza, avvenuta con la rimozione forzata, cioè la deportazione, di tutti gli Ebrei dalla stessa e la creazione conseguente del Hamastan.
    A Gaza, con la deportazione degli Ebrei, si è creato quello che già esisteva in quasi tutti i paesi arabi, in alcuni per legge (Giordania, Arabia Saudita, Qatar) in altri di fatto (il resto), cioè territorio Judennrein … giusto per usare il termine usato dai nazisti, cioè ripulito da ogni presenza ebraica, che è ciò che il terrorista e negazionista della Shoah Mahmud Abbas, cioè Abu Mazen e i suoi si propongono e dichiarano apertamente di voler fare nel caso ottengano la creazione del 23.mo stato arabo, che sarebbe il secondo ad uso esclusivo arabo (pena di morte per chi vende terra o case a un Ebreo!), dopo la Giordania, nel territorio che la Conferenza di San Remo stabilí dovesse servire per la costruzione del “focolare nazionale del Popolo Ebraico”.

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