Ha chiaramente fatto scalpore l’arresto avvenuto in Afghanistan di tre medici italiani che lavorano per la ONG Emergency, accusati di far parte di un complotto terrorista che mirava a uccidere il Governatore della regione di Helmand. Si sprecano i commenti, politici e non, su questa vicenda tutta da chiarire.

I tre sono Matteo dell’Aira (41 anni, di Milano, coordinatore medico), Marco Garatti (49 anni, di Brescia, chirurgo d’urgenza) e Matteo Pagani (28 anni, di Roma, tecnico della logistica). Sono stati arrestati insieme ad altri sei dipendenti afghani di Emergency a seguito di una perquisizione della polizia afghana nell’ospedale di Lashkar-Gah durante la quale sarebbero state ritrovate diverse armi, alcuni giubbini esplosivi da kamikaze e diversi panetti di esplosivo.

Inizialmente reclusi nel carcere di Lashkar-Gah, i tre italiani sono stati trasferiti nel famigerato carcere di Pul-e-Charki, a Kabul, una struttura durissima dove sono reclusi terroristi estradati da Guantanamo, assassini e ladri. Qui, secondo il portavoce del Governo afghano, i tre italiani avrebbero addirittura confessato la loro complicità nella preparazione dell’attentato al Governatore della regione di Helmand e, sembra, il loro coinvolgimento nell’omicidio di Adjmal Nashkbandi, l’interprete dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, rapito dai talebani e liberato a seguito di una mediazione di Emergency.

Senza entrare nel merito delle accuse mosse ai dipendenti della ONG italiana che, va ricordato, è in Afghanistan dal 1999 e ha curato decine di migliaia di afghani a prescindere dalla loro etnia o appartenenza, senza entrare nemmeno nel merito delle dichiarazioni fatte ieri da Gino Strada, come sempre molto polemiche nei confronti del Governo italiano, Afghano e dell’Alleanza Atlantica, quello che ci sembra doveroso chiedere al Governo italiano, sia in qualità di donatore che di Paese coinvolto militarmente nella pacificazione dell’Afghanistan, è che vigili affinché vengano garantiti ai nostri connazionali tutti i Diritti alla difesa sanciti dalle leggi internazionali.

In questi lungi anni in cui la nostra associazione si è interessata del problema degli italiani arrestati all’estero, abbiamo visto decine di casi in cui veniva fatta firmare, forzatamente o con l’inganno, una falsa confessione, magari scritta in lingua completamente incomprensibile ai nostri connazionali. Non vorremmo che anche in questo caso sia avvenuta la stessa cosa. Se è vero che il nostro Paese non può interferire con la giustizia di un paese terzo, è altrettanto vero che è suo dovere vigilare affinché vengano scrupolosamente rispettati tutti i dettati del Diritto Internazionale e il totale rispetto dei Diritti Umani. Ci risulta francamente poco credibile una completa confessione dei tre connazionali nell’arco di poche ore e per fatti così gravi.

Chiediamo quindi che vengano tempestivamente verificate le notizie diffuse dalle autorità afghane e che, soprattutto, vengano verificate le modalità con cui hanno ottenuto la supposta confessione da parte dei nostri connazionali. L’Afghanistan non è certo un Paese di cui si possa dire che rispetti il Diritto Internazionale. Non ci si limiti, come sempre accade, a chiedere per vie diplomatiche e con gergo diplomatico, il rispetto dei Diritti per i nostri connazionali. La faccenda è troppo grave per essere sottovalutata. Si agisca direttamente e senza indugio per verificare le modalità della supposta confessione, si controlli quotidianamente lo stato di detenzione e lo stato di salute dei nostri connazionali. Soprattutto, lo si faccia senza preconcetti verso le attività di Emergency e le dichiarazioni dei suoi leader.

Secondo Protocollo