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Israele – Palestina: è l’approccio al problema che va cambiato e non il problema

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E’ idea comune che il conflitto israelo-palestinese possa finire con la costituzione di due Stati separati e con il loro reciproco riconoscimento. Per questo motivo ultimamente Israele è stato da più parti criticato perché con la sua decisione di costruire nuove unità abitative a Gerusalemme Est e in Cisgiordania metterebbe in pericolo la soluzione dei due Stati.

Ma quanto è vera l’accusa rivolta a Israele di mettere a rischio la soluzione dei due Stati per due popoli? Partiamo innanzi tutto dal “problema Gerusalemme Est”. Gerusalemme è la capitale di Israele e onestamente non si è mai sentito di uno Stato criticato perché costruisce nuovi quartieri abitativi nella propria capitale. Mi si dirà che buona parte del mondo non riconosce Gerusalemme come capitale di Israele. Ma anche qui c’è una contraddizione di fondo. Quando mai è successo che qualcuno abbia messo in dubbio la capitale di uno Stato? E’ come se la comunità internazionale considerasse Milano capitale d’Italia oppure Marsiglia capitale della Francia invece che Roma e Parigi. Succede solo con Israele ed è una questione a cui va posto rimedio. Qualcuno vorrebbe Gerusalemme divisa in due, un po’ com’era Berlino prima della unificazione. Qualcun’altro la vorrebbe “città aperta”, cioè di tutti e di nessuno in quanto sarebbe “sacra” per le tre religioni monoteiste. Togliamo subito qualsiasi riferimento alla presunta sacralità per l’Islam. Maometto non è nemmeno mai stato a Gerusalemme e non c’è nel Corano alcun riferimento alla sacralità di Gerusalemme a differenza della Mecca e di Medina. Certo, c’è una grande moschea ma non si possono fare città sante tutte quelle dove sorge una moschea. Allora per cosa sarebbe “santa” Gerusalemme per l’islam? E’ chiaro che siamo di fronte a una strumentalizzazione religiosa per altri fini, cosa che avviene spesso quando si parla di Islam. Di certo è una città santa per il cattolicesimo e per l’ebraismo. Ma Israele non ha mai impedito a nessun fedele di nessuna religione di frequentare i propri luoghi sacri (a differenza di quello che avviene in molti paesi islamici). Insomma, si tratterebbe di essere semplicemente obbiettivi e il “problema Gerusalemme” svanirebbe in una bolla di sapone.

E veniamo al problema più spinoso, quello dei confini. Nessuno (e dico nessuno) ha mai tracciato confini definitivi tra Israele e la cosiddetta “Palestina”. A differenza di quello che comunemente si crede nemmeno le Nazioni Unite lo hanno mai fatto. Infatti la risoluzione 181 dell’Onu del 25 novembre 1947 “raccomanda la divisione dei territori contesi in due stati separati” ma non ne delinea i confini limitandosi a dare indicazioni per altro molto sommarie sulla divisione delle terre. Quindi quando qualcuno chiede “il ritorno ai confini del 47” non sa di cosa sta parlando semplicemente perché i confini non c’erano. Ma anche essendo magnanimi e dando per contato che le “indicazioni dell’Onu” fossero in effetti una delineazione dei confini, i paesi arabi non riconobbero mai quella decisione tanto è vero che scatenarono diverse guerre (tutte perse) nel tentativo di annientare Israele. Nemmeno oggi i Paesi arabi riconoscono quella decisione pur facendone continuamente cenno. E allora, di cosa si sta parlando? Come si può chiedere a uno Stato che non si riconosce (Israele) di accettare una risoluzione che non è mai stata accettata dagli arabi? E’ un enorme paradosso.

Eppure, sebbene ci si trovi di fronte a un paradosso di fondo davvero enorme, Israele ha firmato il Trattato di Oslo con il quale riconosceva alla cosiddetta “Palestina” il 99% dei territori attribuitegli dall’Onu nel 47. Era il famoso concetto di “terra in cambio di pace” tanto caro ai pacivendoli.  Nonostante questa storica concessione la cosa non bastò ai cosiddetti “palestinesi” che miravano a tutto e non solo a una parte. Così, sebbene dagli accordi di Oslo siano passati quasi dieci anni, e sebbene Israele abbia fatto di tutto per ottemperare agli obblighi presi da Simon Peres e da Yasser Arafat, compreso lo sgombero forzato di diverse colonie e della Striscia di Gaza, i cosiddetti “palestinesi” non hanno fatto altrettanto e, soprattutto, non hanno garantito quella pace che doveva esserci in cambio della terra.

Oggi a dieci anni di distanza dagli accordi di Oslo si vorrebbe resettare tutto, come se in questi dieci anni non fosse successo niente, e si chiede a Israele non solo di tornare indietro a quegli accordi mai mantenuti dai cosiddetti “palestinesi”, ma anche di rinunciare alla sua capitale. Gli si chiede di non reagire agli attacchi di Hamas, agli attentati, alle migliaia di missili e, soprattutto, gli si chiede di accettare che gli arabi non lo riconoscano come Stato Ebraico.

Non so se ci si rende conto che questa cosa non solo è pazzesca, ma è inaccettabile. Non so se ci si rende conto che qualsiasi concessione verrà fatta ai cosiddetti “palestinesi” non sarà sufficiente a raggiungere la tanto agognata pace, semplicemente perché ai cosiddetti “palestinesi” la pace non interessa. Lo hanno dimostrato in tutti questi anni e lo stanno dimostrando ancora in questi giorni con propositi tutt’altro che pacifici e con dichiarazioni in cui ammettono che loro vogliono tutto e non solo una parte (lo ha fatto Khaled Mashaal e pure il “moderato” Abu Mazen ricevuto due giorni fa da Napolitano, dal Papa e da Bersani).

Ora, è chiaro che da parte dell’occidente c’è un approccio sbagliato alla questione medio-orientale. L’evidenza dei fatti dimostra che gli arabi non vogliono la pace, che a loro non interessa uno “Stato palestinese” perché questo vorrebbe dire anche l’automatico riconoscimento dello Stato Ebraico di Israele. Eppure si ostinano ad incolpare Israele del non raggiungimento di questa pace. Perché? Perché fanno finta di non vedere da che parte stanno le colpe e da che parte sta la ragione? Ci sono ragioni antisemite?

Queste domande se le fanno anche a Gerusalemme e arrivati a questo punto hanno dedotto che qualsiasi concessione faccia Israele non sarà mai abbastanza né per gli arabi né per coloro che li sostengono. Per questo hanno dato al problema un altro tipo di approccio, quello della forza di chi è dalla parte della ragione e, nonostante questo, viene continuamente attaccato. Hanno deciso di costruire nuove unità abitative e vengono attaccati? Non cambia niente, verrebbero attaccati comunque, magari per altre ragioni. E allora, perché continuare a sottostare al diktat arabo se tanto poi non cambia niente?

E’ la visione occidentale che deve cambiare e prima di chiedere a Israele di rinunciare a qualcosa deve pretendere dagli arabi il suo riconoscimento incondizionato. Ripeto, INCONDIZIONATO. Solo allora si potrà tornare a parlare di pace e di confini. Fino a quel momento si continuerà a discutere sul nulla, si continuerà a dare ragione a chi ha torto e torto a chi ha ragione. E’ l’approccio al problema che va cambiato e non il problema.

Analisi di Miriam Bolaffi 20 dicembre 2012