Lo confesso, personalmente non amo molto Netanyahu. Lo rispetto, certo, è il Primo Ministro di Israele, uno Stato che amo con tutta me stessa, il mio Stato, ma non sempre ho approvato le sue scelte, a volte troppo succubi degli ultra-ortodossi, altre volte persino troppo deboli.  Però ieri, parlando alla riunione degli ambasciatori esteri accreditati in Israele in occasione della fine anno, ha fatto un gran bel discorso e tracciato le linee per il nuovo anno della politica israeliana, linee che condivido totalmente.

Prima di tutto ha detto una cosa che finalmente viene spiegata senza tanti giri di parole: l’unica colpa che ha Israele sul conflitto medio-orientale è quella di esistere. Non ci sarà mai pace in Medio Oriente semplicemente perché gli altri (gli arabi) non vogliono riconoscere l’esistenza di Israele come Stato Ebraico. Fine dei discorsi e delle menzogne. Non c’entrano niente gli insediamenti, non c’entra niente la questione di Gerusalemme Est e tutti i vari problemi tirati fuori volta per volta dai palestinesi pur di non arrivare ad un accordo di pace. I nemici dello Stato ebraico non accettano che Israele esista. Punto.

Detto questo, Netanyahu ha poi spiegato quali saranno le linee di Israele per il prossimo anno e lo ha fatto finalmente senza tanti giri di parole, della serie prendere o lasciare, se vi va bene è così e se non vi va bene pazienza, sarà lo stesso così.

Netanyahu ha spiegato agli ambasciatori che Israele non potrà accettare le condizioni poste dai palestinesi sul ritorno dei cosiddetti profughi. Primo perché il conteggio è falsato dalle normative del tutto particolari e uniche al mondo imposte dalla UNRWA, l’agenzia Onu per i palestinesi, del tutto diverse da quelle dell’Agenzia per i rifugiati dell’Onu (UNHCR) e che prevedono lo status di rifugiato anche per i discendenti (figli, nipoti, pronipoti, parenti e amici) dei profughi originali. Invece secondo tutti i trattati internazionali applicati dalla UNHCR i discendenti dei profughi non hanno alcun Diritto ad essere considerati anch’essi  profughi. Questa scellerata regola voluta apposta per i palestinesi (e per nessun altro al mondo) ha fatto si che dagli originali 540.000 profughi (ora ridotti a circa 300.000) nel corso degli anni si fosse passati a 5,5 milioni di presunti profughi. Il tutto semplicemente perché i figli, i nipoti e i pronipoti dei profughi originali nascono già con lo status di rifugiati. Netanyahu ha spiegato che è impensabile che Israele accetti una invasione di oltre cinque milioni di presunti profughi palestinesi, per cui continuare a mettere questa condizione nelle trattative di pace significa farle fallire prima ancora che inizino. Più chiaro di così non si può. Poi finalmente Netanyahu ha messo un altro punto fermo, una precondizione affinché i colloqui possano proseguire: il riconoscimento di Israele che deve essere precedente e non successivo al raggiungimento della pace. Questo vale sia per i palestinesi che per tutti gli altri (leggi Siria) che vogliono arrivare alla pace con lo Stato ebraico.

Un altro punto cardine toccato ieri da Netanyahu è stato quello della sicurezza nei territori palestinesi. Secondo il Premier israeliano la sicurezza nei territori è di fondamentale importanza sia per Israele che per la Palestina. Essa non può prescindere da una stretta collaborazione tra l’esercito israeliano (IDF) e le forze di sicurezza della Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Insomma non deve accadere come accadde a Gaza che dopo il ritiro israeliano Hamas prese il potere permettendo l’infiltrazione dell’Iran e di altri gruppi terroristici legati ad Al Qaeda. Anche questa è una precondizione posta da Israele per continuare i colloqui di pace.

Infine Netanyahu ha parlato del problema più grosso per Israele: l’Iran. Anche in questo caso il Premier israeliano è stato chiarissimo: le sanzioni funzionano solo se sono accompagnate da una seria alternativa di tipo militare. Velatamente (ma nemmeno tanto) Netanyahu ha criticato l’amministrazione USA per aver fatto intendere agli iraniani di aver tolto l’opzione militare nel momento in cui gli americani hanno ritirato dal Golfo Persico la portaerei Truman con tutta la sua flotta proprio alla vigilia dei colloqui tra l’Iran e il gruppo dei 5+1 sul programma nucleare iraniano. Risultato? Gli iraniani hanno preso altro tempo prezioso per poter costruire la tanto agognata bomba atomica. Anche in questo caso Netanyahu è stato chiarissimo: più si aspetta e più l’Iran si rafforzerà. Se si vuole intervenire bisogna farlo in fretta. Su questo Israele può contare sulla convergenza inedita di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Il fatto stesso che gli arabi siano schierati con Gerusalemme su questo punto dovrebbe dirla lunga su quanto sia  alta la percezione di pericolo rispetto all’Iran.

Ricapitolando: per continuare i colloqui di pace Israele dovrà essere riconosciuto come Stato Ebraico in maniera preventiva. No a qualsiasi ipotesi di rientro dei cosiddetti profughi, almeno cosi come interpretati dalla UNRWA. Garantire la sicurezza nei territori palestinesi per non dare mano libera ad Hamas. Sull’Iran Netanyahu è stato categorico, forse come non lo è mai stato: fermare con qualsiasi mezzo la corsa al nucleare di Teheran. Poche parole sono state dette su Hamas e sul Hezbollah. Su questi due punti è intervenuto il Ministro degli esteri, Avigdor Lieberman, il quale ha ricordato l’escalation di attacchi provenienti da Gaza e che Israele non può permettere che tutto ciò avvenga senza reagire. Per questo ha ammonito Hamas a interrompere immediatamente qualsiasi atto ostile verso il territorio israeliano. Diversamente Israele dovrà difendersi. Diverso l’ammonimento verso gli Hezbollah libanesi. Lieberman ha ricordato come il gruppo terrorista sciita legato a Teheran si sia riarmato sotto l’ombrello protettivo di UNIFIL che invece avrebbe dovuto impedirlo. Il Ministro degli Esteri israeliano ha detto che qualsiasi atto ostile verso Israele potrà comportare una reazione pari o superiore di Israele.

Come si può vedere, mentre in tutto il resto del mondo la fine dell’anno rappresenta un momento in cui si tirano le somme dell’anno passato e si fanno previsioni per quello futuro, previsioni di sviluppo e di pace, in Israele la priorità è sempre la sopravvivenza. Israele si appresta a entrare nel 2011 consapevole che questo sarà un anno decisivo per la sua esistenza e che nemici molto potenti (forse come non mai) tramano per la sua cancellazione. Per questo, ancora una volta, lo Stato ebraico dovrà lottare. Non per conquistare nuove terre, non per aggredire altri Stati come invece fa l’Iran, ma per la sua stessa esistenza. Se il mondo libero capirà questo non potrà fare altrimenti che schierarsi con Israele. Diversamente si farà come si è fatto da 60 anni a questa parte: si lotterà consapevoli che perdere vuol dire essere annientati. L’Shanah tovah

Miriam Bolaffi

2 Comments

  1. bell’articolo come sempre Miriam
    Buon anno amica mia e salutami tanto Tel Aviv
    vedrete che ce la farete, siete forti e determinati

  2. Miriam, ma Israele cosa si è messo in testa ? Di far scoppiare la terza guerra mondiale ? Guarda cara Miriam che se scoppiasse una guerra nucleare chi ci rimetterebbe sarebbero i sionisti. sono i sionisti che vogliono conquistare il Mondo, se poi il Mondo venisse completamente distrutto, i primi ad essere sconfitti sarebbero i sionisti, i quali non potrebbero conquistare nulla. 😉 😀