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Prima della tempesta iraniana: incognite e certezze su un intervento necessario

Non so bene cosa ci si aspetti dai colloqui sul nucleare iraniano che riprenderanno tra qualche giorno probabilmente in Turchia. Ieri Teheran ha fatto sapere che non accetterà le condizioni poste dal gruppo dei 5+1, il che taglia la testa al toro in maniera definitiva. Tutto il resto è melina, perdita di tempo.

Se ne sono accorti anche a Washington (finalmente) tanto che ieri sera il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha rilasciato una dichiarazione di fuoco nella quale ha chiesto a Teheran di “interrompere l’arricchimento dell’uranio e tutto il suo programma nucleare in ottemperanza alla risoluzione delle Nazioni Unite”. E’ la prima volta che la Casa Bianca prende così consistentemente posizione, anche se personalmente non mi fido affatto di Obama.

Ma se a Washington forse iniziano ad aprire gli occhi, a Gerusalemme gli occhi li hanno aperti da un bel po’. Gli israeliani sanno benissimo che l’Iran non fermerà mai il suo programma nucleare. Teheran è arrivata ad un punto in cui non potrebbe fermarsi nemmeno se realmente lo volesse, non fosse altro che per un fatto di credibilità. Si parte quindi da questo dato di fatto per programmare le prossime mosse volte ad impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari.

Il problema per il Governo israeliano non è quindi il “come” ma è il “quando”. E non è un problema da poco perché quasi tutta la comunità internazionale chiede a Gerusalemme di aspettare ancora per sferrare un attacco alle centrali nucleari iraniane. Il dilemma per Israele è  “quanto aspettare ancora” senza inimicarsi la comunità internazionale. Se le cose andranno come credo gli iraniani cercheranno con questi colloqui di prendere ulteriore tempo, magari con qualche promessa di “alleggerimento”. E’ una tecnica che portano avanti da anni imbambolando gente come Catherine Ashton e Obama. Ecco perché non credo molto alla dura presa di posizione della Casa Bianca. Tanto più che nei giorni scorsi è stato proprio Obama, attraverso il premier turco Erdogan, ha fare arrivare a Teheran importanti aperture sul programma nucleare “civile”.  E poi a novembre ci sono le elezioni presidenziali negli USA il che mi fa pensare che, comunque vada, Obama tenda ad arrivare almeno a quella data per pensare ad un intervento armato contro l’Iran.

E a Gerusalemme cosa ne pensano? Ci sono diverse opinioni riguardo al tempo che ci si può permettere di aspettare. Alcuni dicono che entro pochi mesi l’Iran raggiungerà il fatidico “punto di non ritorno”, altri spostano la data al 2013. Ma la preoccupazione massima dei vertici militari israeliani non è tanto il raggiungimento del punto di non ritorno quanto piuttosto il fatto che Teheran stia mettendo in sicurezza le sue centrali nucleari, cioè stia letteralmente interrando dentro pesantissimi bunker le sue apparecchiature, il che vorrebbe dire che eventuali raid aerei non sortirebbero alcun risultato, anche usando le potenti bombe anti-bunker. Per questo il limite per agire diventa immancabilmente valutabile nell’ordine di pochi mesi.

I piani, di offesa e di difesa, sono pronti da mesi. A Gerusalemme si sono valutate tutte le variabili compresi possibili (molto probabili) attacchi da parte di Hamas ed Hezbollah. Le maggiori incognite del momento sono quindi due:

  1. la situazione in Siria pregiudica una eventuale scesa in campo dell’alleato più forte e temibile di Teheran in Medio Oriente. Se poi il regime di Assad dovesse cadere un intervento siriano sarebbe del tutto scongiurato il che toglierebbe parecchia forza anche ad Hezbollah. A Gerusalemme si guarda quindi con attenzione a ciò che avviene in Siria. Il problema anche in questo caso sono i tempi. Gerusalemme non può aspettare in eterno per le ragioni esposte sopra.
  2. Hamas si è rafforzato parecchio con l’arrivo di missili iraniani e continua a rafforzarsi. Quello del gruppo terrorista palestinese che tiene in ostaggio la Striscia di Gaza è un altro problema che prima o poi Israele dovrà affrontare, il problema è proprio se affrontarlo prima di un attacco alle centrali nucleari iraniane oppure rimandarlo a dopo. Se lo si affrontasse prima verrebbe scongiurata una qualsiasi ritorsione da parte di Hamas ma si dovrebbero impegnare forze militari che potrebbero servire contro l’Iran. Se, al contrario, il problema di Hamas lo si affrontasse in seguito il rischio di ritrovarsi con più fronti aperti contemporaneamente sarebbe molto alto.  Per questo motivo, nel massimo segreto, in questi giorni negoziatori israeliani stanno cercando contatti con il mondo arabo al fine di capire quale sarebbe  la reazione di Hamas ad un attacco israeliano alle centrali iraniane ed eventualmente, con l’aiuto arabo, di scongiurare eventuali ritorsioni. Nessuno nel mondo arabo vuole un Iran nucleare.

Ecco, la situazione è questa e come si vede non è affatto semplice. L’unica cosa assolutamente certa è che Israele non può in nessun caso permettere all’Iran di dotarsi di armi nucleari e quindi, stando così le cose, prima o poi dovrà giocoforza agire. L’unico rammarico che personalmente ho in questo momento, con tutto il rispetto per Netanyahu, è la mancanza di una personalità come Ariel Sharon. Con lui, ne sono sicuro, le cose andrebbero meglio e ci sarebbero meno dubbi su come e quando agire.

Franco Londei