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Siria: le parole di condanna non bastano più. Si sposti UNIFIL in Siria

«C’è un crisi che continua nel Paese, caratterizzata da violenza regolare, deterioramento delle condizioni umane, violazione dei diritti umani e un continuo confronto politico». Queste durissime parole, riferite alla situazione in Siria, si possono leggere nel rapporto ONU che verrà discusso la prossima settimana al Consiglio di Sicurezza.

In questo contestano stonano un po’ le parole del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che parla di “livello di violenze abbastanza elevato” e di “piccoli progressi”. Non sappiamo cosa intenda il segretario generale dell’Onu per “violenza abbastanza elevata” ma se sono vere le notizie secondo cui solo ieri in Siria sono morte 160 persone tra cui almeno 13 bambini (fonte Osservatorio siriano dei Diritti Umani) a noi il livello di violenza sembra “elevatissimo”.

Purtroppo siamo di fronte al solito “doppio metro di misura” adottato dalle Nazioni Unite quando si parla di sanguinari dittatori islamici. Se un fatto de genere fosse successo in Israele sarebbe venuto giù il mondo tanto sarebbero state le condanne. Invece il fatto viene preso quasi come fosse routine. Sono morte oltre 10.000 persone in Siria nell’ultimo anno? Poco male. Si emette qualche comunicato di condanna e il gioco è fatto. Nel frattempo si cerca di incolpare qualcun altro di quanto avviene , meglio se i sionisti o gli americani.

Il problema è che la crisi siriana sta coinvolgendo anche altri Stati. Il Libano è squassato da scontri settari tra sostenitori di Assad e oppositori. Hezbollah, alleato di ferro del dittatore siriano, non manca di soffiare sul fuoco magari per regolare alcuni conti in sospeso. In Turchia sono ormai decine di migliaia i profughi fuggiti dalla Siria e anche gli attentati che avvengono nel Paese potrebbero essere di matrice siriana nel tentativo di destabilizzare chi si è schierato apertamente con l’opposizione ad Assad. Migliaia di profughi siriani anche in Giordania dove cresce la tensione tra i fuoriusciti dalla Siria e i cosiddetti “profughi palestinesi” che nei siriani vedono un temibile concorrente per la spartizione degli aiuti, nonostante l’UNRWA (l’Agenzia Onu per i palestinesi) continui a distribuire i propri aiuti solo ai palestinesi (altro fatto vergognoso da attribuire all’Onu).

E in questa situazione che sta letteralmente esplodendo, l’Onu cosa fa? Manda appena 300 uomini disarmati e continua ad emettere sterili comunicati di condanna. In sostanza rimane inerte. Se si considera che a pochi Km di distanza dalla Siria, nel Libano del Sud, c’è una inutile e dannosa missione Onu (UNIFIL) che conta migliaia di uomini armati, si può capire benissimo come al Palazzo di Vetro siano sconclusionati nelle loro decisioni. Non sarebbe meglio che gli inutili e dannosi soldati di UNIFIL si spostassero in Siria per difendere la popolazione dalle violenze del regime? Altro che 300 miseri osservatori inerti.

E’ arrivato il momento di decidere. Un intervento in Siria non può più essere rimandato. Questa mattina i carri armati di Assad sono entrati per la prima volta ad Aleppo. Vogliamo aspettare che anche quella città venga rasa al suolo come è successo ad Hama?

Sharon Levi