A prescindere da quello che succederà dopo il referendum (tutti gli analisti sono comunque concordi sul fatto che il Sud Sudan si separerà dal nord), una cosa appare certa: il fattore economico e i futuri accordi in tal senso sono determinanti affinché non si arrivi ad un conflitto armato tra nord e sud.

Di fattori economici ne abbiamo già parlato in maniera sommaria in questo articolo. Ora vorremmo approfondire alcuni aspetti di non secondaria importanza anche per dare a chi segue la situazione in Sudan dall’esterno un quadro quanto più preciso possibile.

Il fattore di rischio principale è il petrolio. Dal sud Sudan arriva molto del petrolio esportato da Khartoum. Tuttavia il meridione, a differenza del nord, non ha le infrastrutture necessarie a trasformare e spedire il petrolio. Per questo i meridionali, che dal settore petrolifero ricavano l’85% delle loro entrate, saranno costretti giocoforza ad appoggiarsi alle strutture del nord per poter commercializzare i prodotti petroliferi e ricavare il denaro necessario ad implementare una seria strategia di sviluppo. Questo rende il sud Sudan altamente dipendente dal nord. Allo stesso tempo, essendo la maggior parte del petrolio sudanese al sud, Khartoum non può fare a meno di Juba.

Per questo motivo nei giorni scorsi ci sono state accese discussioni all’interno del Governo Provvisorio del Sudan Meridionale tra coloro (i falchi) che vorrebbero una gestione autonoma delle risorse petrolifere e tra quelli (le colombe) che cercano di smorzare le aspettative legate alla secessione e alla gestione autonoma delle risorse. Per il momento Juba e Khartoum dovranno collaborare tra loro.

Non è un caso che nei giorni scorsi il Presidente sudanese, Omar al-Bashir, abbia più volte accennato ad accordi commerciali e di libera circolazione di uomini e merci tra nord e sud Sudan sul modello dell’Unione Europea da implementare dopo il referendum. Fino a qui i discorsi ragionevoli degli economisti considerati colombe. Poi ci sono i falchi che invece descrivono un quadro tutt’altro che rassicurante.

Alcuni di loro per esempio pongono il problema della moneta. Cosa farà il Sud Sudan una volta che si sarà separato dal nord? Conierà una propria moneta oppure continuerà ad adottare la sterlina sudanese? I falchi vorrebbero che Juba coniasse da subito una sua moneta, magari con un tasso di cambio vantaggioso sulla sterlina sudanese. Le colombe invece sostengono che sarebbe molto più sicuro mantenere (almeno per il momento) l’unità monetaria. Il rischio è che se Juba decidesse di coniare una propria moneta senza coordinarsi alla perfezione con Khartoum sul tasso di cambio, la pressione inflazionistica sulla sterlina sudanese diventi devastante.

Per questi motivi (e per altri di cui parleremo nel dettaglio i prossimi giorni) ragionevolezza vorrebbe che almeno per il momento il sud e il nord Sudan collaborino attivamente a livello economico. Fatta eccezione per la cittadinanza che, secondo tutti gli analisti, non potrà essere doppia (sudanese e sud-sudanese) per tutto il resto sarebbe convenienza di tutti collaborare a livello economico senza fare passi azzardati. La proposta della libera circolazione di uomini e merci sul modello europeo non è affatto da scartare e di certo sarebbe un vantaggio per tutti mantenere momentaneamente l’unità monetaria.

Sebbene nord e sud Sudan si apprestino a separarsi le questioni in comune sono ancora tante e tutte da definire con chiarezza per evitare che la tensione, magari legata a mere questioni economiche, salga di nuovo oltre il livello di guardia. La pace si fa anche con dei compromessi e magari rinunciando momentaneamente a qualcosa.

Claudia Colombo W.I.

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